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di Fabrizio Fonte

È innegabile che in Sicilia è sempre esistita, ed esiste purtroppo ancora oggi, una logica perversa che ha spesso e volentieri affidato la conduzione della sua storia ad una classe dirigente particolarmente “sensibile” a seguire gli andamenti del potere. Gli esponenti di questi «centri decisionali» vengono spesso definiti in dialetto siculo «i sperti», ovvero i furbi, e questo appellativo nasce certamente da un articolato ragionamento brillantemente sviluppato da Gesualdo Bufalino; quando, nel suo scritto «Isola Plurale», racconta che «vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; ed una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche di violenza e della frode». I cosiddetti «sperti» sono, evidentemente, tutti coloro che hanno saputo migliorare, grazie ad uno smisurato equilibrismo all’interno delle «stanze dei bottoni», la loro condizione sociale ed economica proprio grazie a queste attività al limite tra il lecito e l’illecito. Ed in questo ragionamento rientra pienamente anche la tradizionale «transumanza delle greggi» elettorali, che si verifica regolarmente a ridosso, e soprattutto a seguito, delle consultazioni elettorali di vario livello. Dove alcuni potentati politici, in virtù di interessi particolari, spostano, e si spostano loro stessi indifferentemente dagli schieramenti, a loro piacimento pacchetti di voti in grado spesso di determinare addirittura il risultato finale. Altra abitudine è quella di salire sul «carro del vincitore», che è una delle pratiche più disdicevoli che una democrazia compiuta possa offrire. Non a caso alle latitudini sicule la democrazia appare tradizionalmente malata, per dirla alla Tommasi di Lampedusa «cambiare tutto per non cambiare niente». «La Sicilia – nel pensiero del celebre scrittore – è destinata a rimanere così com’è, senza che in essa si possano verificare cambiamenti». Questa logica ci porta in pieno nel concetto di «sicilitudine» di cui uno dei più importanti sostenitori è stato certamente Leonardo Sciascia, che nella sua «Corda pazza» (1969) prova a descrivere il carattere Isolano come «il comportamento, il modo di essere, la visione della vita – paura, apprensione, diffidenza, chiuse passioni, incapacità di stabilire rapporti al di fuori degli affetti, violenza, pessimismo, fatalismo – della collettività e dei singoli». Nel concetto di «sicilitudine» rientra anche l’individualismo tipico dei siciliani nel senso di vivere come un’«Isola nell’Isola». Certamente la stratificazione culturale avvenuta nei secoli racconta meglio di molte altre cose i siciliani di oggi. Risalta, infatti, immediatamente agli occhi il fatto che non esiste la coniugazione al futuro del dialetto (che è una lingua a tutti gli effetti con una sua grammatica) e questo manifesta la loro rassegnazione, già nella quotidianità della lingua parlata, verso il domani. Altro refrain cui spesso si ricorre è «comu finisci si cunta» (come finisce si racconta), dove emerge, anche in questo caso, in tutta la sua perversione l’accettazione allo «stato delle cose» dei siciliani. Un popolo con queste caratteristiche è evidentemente molto più docile ad essere asservito ai voleri delle «classi dominanti» di turno. Anche il «Principe di Salina», protagonista principale del romanzo «Il Gattopardo», ricorda all’inviato del nuovo Regno che «sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna cui noi abbiamo dato il là; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei Chevalley e quanto la Regina d’Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia». Anche la stessa «Autonomia regionale», che ha illuso i siciliani di avere una sorta di indipendenza, è svanita, nel corso dei decenni, con la sua attuazione pratica. Tutto ciò nonostante il rango costituzionale dello «Statuto Autonomista», che si richiama alla «Regione Siciliana» e non alla «Regione Sicilia» (come, invece, accade per tutte le altre nel resto del «bel Paese»), poiché in qualche modo doveva riecheggiare nella terminologia nientemeno che la neonata «Repubblica Italiana». A distanza di oltre settant’anni la valutazione che diede Sciascia di una «Sicilia irredimibile» ha, per molti aspetti, la sua piena ragion d’essere, poiché anche in questo caso lo scrittore di Racalmuto ben centrò la questione, sostenendo che il fallimento dell’Autonomia si può attribuire «al fatto che è stata intesa e maneggiata come un privilegio, una franchigia, che lo Stato concedeva alla classe borghese-mafiosa» e forse, visto come sono andate le cose, non aveva tutti i torti. Pensare il contrario sarebbe, infatti, un “rivestire i panni” di «Don Ciccio Tumeo», altro celebre personaggio Gattopardiano, che non aveva affatto compreso la “nuova” direzione che la storia siciliana aveva intrapreso con l’arrivo dei Savoia.

 

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