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Ancora oggi vengono pubblicati volumi sulla “Mitologia” greco-romana. L’uomo, in effetti, ha sempre bisogno di “miti”.

Ha bisogno di credere nel soprannaturale, così come da bambino si nutre di “favole”. Per questa ragione ha bisogno della “fede religiosa”, della “fede politica”, della “fede illuministica”, come esigenza della esistenza  di un essere, di un potere, di un dominus al di sopra di tutto.

I miti esistevano, ed esisteranno sempre, magari sotto nomi, simboli, icone diverse.

Il mito consiste in “una narrazione fantastica” concernente gli dei e gli eroi pagani, le origini della natura e degli uomini, intessuta di elementi soprannaturali e ricca di simboli, diffusasi all’origine oralmente e perpetuata ininterrottamente nella tradizione di un popolo: “I miti dell’antica Grecia, dell’antica Roma”; “I miti orientali”; “Il mito di Proserpina, di Orfeo, di Ulisse, di Romolo e Remo”. Molte religioni hanno mitizzato i dogmi della nascita in povertà del loro Dio, nonché la verginità della di lui madre; mitizzano, inoltre,  “i loro rappresentanti, il loro sistema di vita, i loro credi”; “i musulmani mitizzano coloro che si fanno esplodere per raggiungere il paradiso”; “i cattolici mitizzano coloro che, dopo la morte, vengono proclamati Santi”, spesso e numerosi; mitizzano le icone e le statue religiose; mitizzano i miracoli”.

La storia umana si ripete. Non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole.

Estensivamente, il mito rappresenta “un evento, un personaggio, un’idea, un principio”, idealizzati nella coscienza di una collettività fino ad assumere i caratteri di un simbolo e la capacità di agire sul pensiero e sul comportamento di una categoria di persone o di un popolo, esprimendone i valori e le aspirazioni”: “Il mito di Napoleone”; “Il mito dannunziano”; “Il mito della ragione nell’illuminismo”.

Il mito consiste, anche, in “una convinzione radicata e diffusa” che stimola l’azione di una collettività verso  un obiettivo la cui realizzazione è collocata in un futuro imprecisato: “Il mito dell’uguaglianza sociale”; “Il mito della rivoluzione proletaria”.

Il mito rappresenta anche “un alone leggendario” creatosi intorno ad un luogo, un personaggio il cui valore è stato amplificato , specialmente nella cultura di massa: “Il mito dell’India”; “Il mito di taluni calciatori o di campioni dello sport”; “Il mito di taluni cantanti o di divi del cinema”.

Figurativamente, il mito può significare “una cosa pensata, creduta, immaginata, senza fondamento nella realtà”: “La sua forza è insuperabile”; “E’ un mostro di bravura”.

Filosoficamente, il mito è “una forma di pensiero che non necessita di argomentazioni e dimostrazioni razionali, contrapposto al pensiero logico e scientifico”. Nella storia del pensiero umano le ipotesi restano innumerevoli.

Il mito può essere anche “la rappresentazione di un concetto, di una teoria in forma simbolica e allegorica”: “I miti platonici”.

Letterariamente, infine, il mito è “l’ispirazione ricorrente nell’opera di un artista”: “Il mito pascoliano del nido” (Aldo Gabrielli – Il Grande Dizionario- Hoepli).-

°°°

L’idea di questa nota nasce per caso, fortuitamente.-  Recentemente un caro amico, certamente di buone letture, mi fa cortese omaggio di un libro di Matteo Collura : “Sicilia-Fabbrica del mito”, edizioni TEA.

Il libro reca la dedica “A Pino, abituato a smitizzare”.

Ho riflettuto sul significato della dedica e rimango intellettualmente lusingato.

Il mio amico, che legge i miei modesti scritti, ha sicuramente concluso che “amo stare fuori dal coro”, che “preferisco rispettare sempre la mia voglia di indipendenza e di libertà di giudizio sui fatti, sugli eventi, sui personaggi, sulle credenze che non trovano, soprattutto, fondamento nella logica e nella ragione”.- Anche se la “ragione” è un mito, ma difficilmente demistificabile.

Collura, nella sua opera, ricorda “i protagonisti di leggende che ancora oggi condizionano la vita dell’isola”: Salvatore Giuliano, i monaci “mafiosi” di Mazzarino, Giuseppe Genco Russo, il barone Agnello e il suo ineffabile sequestratore, il mago Cagliostro, il satanico Crowley, il padre dei surrealisti Raymond Roussel, Ettore Maiorana, il barone Pietro Pisani, fondatore, in una  Palermo, lontana anni luce dalla ragione, della caritatevole, ancorché eccentrica, Real Casa dei Matti, il principe di Palagonia e i suoi mostri (Vedi: quarta di copertina del libro).

Chiaramente, i miti, evocati da Collura, rappresentano  quasi tutti i significati, precisati nella parte precedente della presente nota.

Molto modestamente, questa nota intende riferirsi ai “miti, costituiti dagli eventi, dai personaggi, dalle idee, dai principi, idealizzati nella coscienza della attuale collettività”, sino ad assumere i caratteri di un simbolo e la capacità di agire sul pensiero e sul comportamento di una categoria di persone, soprattutto i giovani, esprimendone i valori e le aspirazioni.

°°°

I “miti d’oggi” sono i comportamenti, i fenomeni, gli atteggiamenti di soggetti, specialmente in giovane età, che si radunano in massa nelle piazze, nei luoghi di aggregazione o di incontro per ascoltare musica ovvero per assistere ad un evento sportivo, soprattutto calcistico.- Creando, quasi sempre, confusione, calca, situazioni di disagio e di pericolo generalizzato, provocando risse, aggressioni, violenze di ogni genere.

Mi capita, a volte, nelle “serate di vuoto della programmazione televisiva”, di accompagnare le mie letture con la visione di qualche spettacolo musicale, frequentato da “masse informi di spettatori”, di ogni età, ma, soprattutto, di giovani.

Adoro la musica in genere, di qualsiasi livello; mi commuove, mi suscita sentimenti di bontà, di solidarietà, di benessere.

La visione delle masse informi, esagitate, accalcate,  tuttavia, diventa deprimente.

Vedi ragazze e ragazzi stipati come sardine,  in piedi, che cantano vociando nel tentativo di imitare il cantante di turno.- Sul posto da ore per assicurarsi uno spazio minimo, mostrano di conoscere tutte le canzoni, come se durante i loro tempi disponibili non facessero altro che cantare.

Eseguono all’unisono “i movimenti suggeriti o richiesti dal cantante”: “fatevi sentire”, “su le mani”.- Applaudono ai complimenti di rito:“siete bellissimi”, “siete meravigliosi”, “siete un pubblico splendido”.

Si crea in pratica il cd. “effetto gregge”, per cui tutta la massa ripete le frasi, i gesti, i comportamenti del cantante. Grida, piange, urla, ripete i versi delle canzoni; a volte, canzoni banali o volgari o contenenti frasi, che certamente non creano poesia; a volte cantanti dell’ovvio o dell’insignificante.

Cantanti, che si agitano, ballano, saltellano, fanno le capriole anche quando la loro età non gli e lo consentirebbe, che usano l’asta del microfono agitandola come un’arma impropria. Finendo con storpiare le parole o con mozzare le frasi.

Nel tuo intimo pensi e ti chiedi. “Ma hanno forse bevuto? Si sono drogati? E’ normale tutto ciò?

°°°

Chi come me da ragazzo amava giocare al calcio, rispettando le regole, non usando violenza, cercando di salvaguardare gli stinchi propri e altrui, non gradirà lo spettacolo prodotto dai calciatori di oggi. Praticano un gioco, che di carattere sportivo conserva poco, perché l’avversario non viene superato con la bravura tecnica, con lealtà e correttezza. Viene usata ogni forma di violenza fisica, gratuita e inutile perché spesso sanzionata dall’arbitro.

Quando prevale la violenza, il risultato viene indubbiamente alterato.

Negli stadi si radunano le masse violente della città o del paese, per dare sfogo ai loro istinti animaleschi, assurdi, incivili. Un soggetto di mia conoscenza mi ripeteva spesso: “Io vado allo stadio, ma se non insulto l’arbitro con gli improperi peggiori sto male”. Soggetti che, nella loro vita abituale, sono non violenti, moderati, rispettosi, diventano nel contesto del gioco “bestie violente”.

Anche questi comportamenti violenti, incivili, sono diventati dei miti, vale a dire “errate convinzioni, caratterizzanti la vita, il modo di pensare, di divertirsi di taluni”.

Anche per questo “preferisco restare fuori dal coro”,evito di associarmi ai comportamenti di massa, mi emargino in una solitudine confortevole, evito l’ipocrisia di sopravvivenza, detesto il chiacchiericcio abituale”.

Ma ho anche io dei miti.

Ho apprezzato, stimo e ricordo sempre, con stima, lo scrittore Sciascia, per la sua capacità e per l’intelligenza che gli hanno consentito, con immediatezza, quanto tutti plaudivano, di rilevare “il professionismo di parte dell’antimafia”, interessata alla carriera.

Quante ipocrisie da allora e quanti falsi miti.

Apprezzo senza limiti il vignettista Forattini, per la sua capacità di demitizzare fenomeni, fatti, eventi, personaggi intorno ai quali si è creato un alone leggendario, indubbiamente superiore a quello reale e non meritato.

Apprezzo tutti coloro che “stanno fuori dal coro”, che “non saltano sul carro del vincitore”, “che non accettano supinamente le opinioni di chiunque presuma di possedere la verità”.

In questo periodo “compiango politicamente” tutti coloro (diventano ogni giorno più numerosi) che presumono di poter ricoprire cariche o ruoli di rappresentanza di una collettività, pur mancando della esperienza, delle capacità culturali, del carisma necessari.

La “libertà” è stato sempre l’autentico mito a cui ho aspirato.

Per questo non ho mai fatto parte di associazioni, di partiti, di circoli, di aggregazioni di vario genere, di “salotti bene”.

Spesso la “solitudine”, non l’isolamento, è necessaria e resta, assieme alla capacità di satira, uno strumento di sopravvivenza.

P.A.

Ancora oggi vengono pubblicati volumi sulla “Mitologia” greco-romana. L’uomo, in effetti, ha sempre bisogno di “miti”.

Ha bisogno di credere nel soprannaturale, così come da bambino si nutre di “favole”. Per questa ragione ha bisogno della “fede religiosa”, della “fede politica”, della “fede illuministica”, come esigenza della esistenza  di un essere, di un potere, di un dominus al di sopra di tutto.

I miti esistevano, ed esisteranno sempre, magari sotto nomi, simboli, icone diverse.

Il mito consiste in “una narrazione fantastica” concernente gli dei e gli eroi pagani, le origini della natura e degli uomini, intessuta di elementi soprannaturali e ricca di simboli, diffusasi all’origine oralmente e perpetuata ininterrottamente nella tradizione di un popolo: “I miti dell’antica Grecia, dell’antica Roma”; “I miti orientali”; “Il mito di Proserpina, di Orfeo, di Ulisse, di Romolo e Remo”. Molte religioni hanno mitizzato i dogmi della nascita in povertà del loro Dio, nonché la verginità della di lui madre; mitizzano, inoltre,  “i loro rappresentanti, il loro sistema di vita, i loro credi”; “i musulmani mitizzano coloro che si fanno esplodere per raggiungere il paradiso”; “i cattolici mitizzano coloro che, dopo la morte, vengono proclamati Santi”, spesso e numerosi; mitizzano le icone e le statue religiose; mitizzano i miracoli”.

La storia umana si ripete. Non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole.

Estensivamente, il mito rappresenta “un evento, un personaggio, un’idea, un principio”, idealizzati nella coscienza di una collettività fino ad assumere i caratteri di un simbolo e la capacità di agire sul pensiero e sul comportamento di una categoria di persone o di un popolo, esprimendone i valori e le aspirazioni”: “Il mito di Napoleone”; “Il mito dannunziano”; “Il mito della ragione nell’illuminismo”.

Il mito consiste, anche, in “una convinzione radicata e diffusa” che stimola l’azione di una collettività verso  un obiettivo la cui realizzazione è collocata in un futuro imprecisato: “Il mito dell’uguaglianza sociale”; “Il mito della rivoluzione proletaria”.

Il mito rappresenta anche “un alone leggendario” creatosi intorno ad un luogo, un personaggio il cui valore è stato amplificato , specialmente nella cultura di massa: “Il mito dell’India”; “Il mito di taluni calciatori o di campioni dello sport”; “Il mito di taluni cantanti o di divi del cinema”.

Figurativamente, il mito può significare “una cosa pensata, creduta, immaginata, senza fondamento nella realtà”: “La sua forza è insuperabile”; “E’ un mostro di bravura”.

Filosoficamente, il mito è “una forma di pensiero che non necessita di argomentazioni e dimostrazioni razionali, contrapposto al pensiero logico e scientifico”. Nella storia del pensiero umano le ipotesi restano innumerevoli.

Il mito può essere anche “la rappresentazione di un concetto, di una teoria in forma simbolica e allegorica”: “I miti platonici”.

Letterariamente, infine, il mito è “l’ispirazione ricorrente nell’opera di un artista”: “Il mito pascoliano del nido” (Aldo Gabrielli – Il Grande Dizionario- Hoepli).-

°°°

L’idea di questa nota nasce per caso, fortuitamente.-  Recentemente un caro amico, certamente di buone letture, mi fa cortese omaggio di un libro di Matteo Collura : “Sicilia-Fabbrica del mito”, edizioni TEA.

Il libro reca la dedica “A Pino, abituato a smitizzare”.

Ho riflettuto sul significato della dedica e rimango intellettualmente lusingato.

Il mio amico, che legge i miei modesti scritti, ha sicuramente concluso che “amo stare fuori dal coro”, che “preferisco rispettare sempre la mia voglia di indipendenza e di libertà di giudizio sui fatti, sugli eventi, sui personaggi, sulle credenze che non trovano, soprattutto, fondamento nella logica e nella ragione”.- Anche se la “ragione” è un mito, ma difficilmente demistificabile.

Collura, nella sua opera, ricorda “i protagonisti di leggende che ancora oggi condizionano la vita dell’isola”: Salvatore Giuliano, i monaci “mafiosi” di Mazzarino, Giuseppe Genco Russo, il barone Agnello e il suo ineffabile sequestratore, il mago Cagliostro, il satanico Crowley, il padre dei surrealisti Raymond Roussel, Ettore Maiorana, il barone Pietro Pisani, fondatore, in una  Palermo, lontana anni luce dalla ragione, della caritatevole, ancorché eccentrica, Real Casa dei Matti, il principe di Palagonia e i suoi mostri (Vedi: quarta di copertina del libro).

Chiaramente, i miti, evocati da Collura, rappresentano  quasi tutti i significati, precisati nella parte precedente della presente nota.

Molto modestamente, questa nota intende riferirsi ai “miti, costituiti dagli eventi, dai personaggi, dalle idee, dai principi, idealizzati nella coscienza della attuale collettività”, sino ad assumere i caratteri di un simbolo e la capacità di agire sul pensiero e sul comportamento di una categoria di persone, soprattutto i giovani, esprimendone i valori e le aspirazioni.

°°°

I “miti d’oggi” sono i comportamenti, i fenomeni, gli atteggiamenti di soggetti, specialmente in giovane età, che si radunano in massa nelle piazze, nei luoghi di aggregazione o di incontro per ascoltare musica ovvero per assistere ad un evento sportivo, soprattutto calcistico.- Creando, quasi sempre, confusione, calca, situazioni di disagio e di pericolo generalizzato, provocando risse, aggressioni, violenze di ogni genere.

Mi capita, a volte, nelle “serate di vuoto della programmazione televisiva”, di accompagnare le mie letture con la visione di qualche spettacolo musicale, frequentato da “masse informi di spettatori”, di ogni età, ma, soprattutto, di giovani.

Adoro la musica in genere, di qualsiasi livello; mi commuove, mi suscita sentimenti di bontà, di solidarietà, di benessere.

La visione delle masse informi, esagitate, accalcate,  tuttavia, diventa deprimente.

Vedi ragazze e ragazzi stipati come sardine,  in piedi, che cantano vociando nel tentativo di imitare il cantante di turno.- Sul posto da ore per assicurarsi uno spazio minimo, mostrano di conoscere tutte le canzoni, come se durante i loro tempi disponibili non facessero altro che cantare.

Eseguono all’unisono “i movimenti suggeriti o richiesti dal cantante”: “fatevi sentire”, “su le mani”.- Applaudono ai complimenti di rito:“siete bellissimi”, “siete meravigliosi”, “siete un pubblico splendido”.

Si crea in pratica il cd. “effetto gregge”, per cui tutta la massa ripete le frasi, i gesti, i comportamenti del cantante. Grida, piange, urla, ripete i versi delle canzoni; a volte, canzoni banali o volgari o contenenti frasi, che certamente non creano poesia; a volte cantanti dell’ovvio o dell’insignificante.

Cantanti, che si agitano, ballano, saltellano, fanno le capriole anche quando la loro età non gli e lo consentirebbe, che usano l’asta del microfono agitandola come un’arma impropria. Finendo con storpiare le parole o con mozzare le frasi.

Nel tuo intimo pensi e ti chiedi. “Ma hanno forse bevuto? Si sono drogati? E’ normale tutto ciò?

°°°

Chi come me da ragazzo amava giocare al calcio, rispettando le regole, non usando violenza, cercando di salvaguardare gli stinchi propri e altrui, non gradirà lo spettacolo prodotto dai calciatori di oggi. Praticano un gioco, che di carattere sportivo conserva poco, perché l’avversario non viene superato con la bravura tecnica, con lealtà e correttezza. Viene usata ogni forma di violenza fisica, gratuita e inutile perché spesso sanzionata dall’arbitro.

Quando prevale la violenza, il risultato viene indubbiamente alterato.

Negli stadi si radunano le masse violente della città o del paese, per dare sfogo ai loro istinti animaleschi, assurdi, incivili. Un soggetto di mia conoscenza mi ripeteva spesso: “Io vado allo stadio, ma se non insulto l’arbitro con gli improperi peggiori sto male”. Soggetti che, nella loro vita abituale, sono non violenti, moderati, rispettosi, diventano nel contesto del gioco “bestie violente”.

Anche questi comportamenti violenti, incivili, sono diventati dei miti, vale a dire “errate convinzioni, caratterizzanti la vita, il modo di pensare, di divertirsi di taluni”.

Anche per questo “preferisco restare fuori dal coro”,evito di associarmi ai comportamenti di massa, mi emargino in una solitudine confortevole, evito l’ipocrisia di sopravvivenza, detesto il chiacchiericcio abituale”.

Ma ho anche io dei miti.

Ho apprezzato, stimo e ricordo sempre, con stima, lo scrittore Sciascia, per la sua capacità e per l’intelligenza che gli hanno consentito, con immediatezza, quanto tutti plaudivano, di rilevare “il professionismo di parte dell’antimafia”, interessata alla carriera.

Quante ipocrisie da allora e quanti falsi miti.

Apprezzo senza limiti il vignettista Forattini, per la sua capacità di demitizzare fenomeni, fatti, eventi, personaggi intorno ai quali si è creato un alone leggendario, indubbiamente superiore a quello reale e non meritato.

Apprezzo tutti coloro che “stanno fuori dal coro”, che “non saltano sul carro del vincitore”, “che non accettano supinamente le opinioni di chiunque presuma di possedere la verità”.

In questo periodo “compiango politicamente” tutti coloro (diventano ogni giorno più numerosi) che presumono di poter ricoprire cariche o ruoli di rappresentanza di una collettività, pur mancando della esperienza, delle capacità culturali, del carisma necessari.

La “libertà” è stato sempre l’autentico mito a cui ho aspirato.

Per questo non ho mai fatto parte di associazioni, di partiti, di circoli, di aggregazioni di vario genere, di “salotti bene”.

Spesso la “solitudine”, non l’isolamento, è necessaria e resta, assieme alla capacità di satira, uno strumento di sopravvivenza.

P.A.

 

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