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di Mons. Gaspare Gruppuso

“L’amore dà sempre vita”, si apre con queste parole di papa Francesco il Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la 40ª Giornata Nazionale per la Vita, che si è celebrato il 4 febbraio 2018. In quanto uomini di buona volontà siamo chiamati oggi in maniera particolare a riflettere seriamente e secondo scienza e coscienza sul valore della vita umana in tutte le sue fasi dal nascere al morire. La riflessione che riguarda la vita della persona deve essere affrontata con sapienza e rispetto riguardo tutte le diverse concezioni sulla vita. Sono temi che devono essere affrontati con molta delicatezza perché riguardano scelte dolorose e sofferte che siamo chiamati a fare in particolari momenti della nostra vita o di quella dei nostri familiari. Sicuramente le Istituzioni statali devono dare delle indicazioni di legge perché non si verifichino abusi o scelte sconsiderate. Si tratta di capire il valore della persona umana fin dal concepimento e fino al momento della morte. La vita è dono che abbiamo ricevuto e che deve essere custodita, rispettata, curata con dignità sempre. Oggi nel mondo occidentale e in particolare in Italia ci si preoccupa perché il ritmo di natalità è veramente molto basso e le Istituzioni giustamente si preoccupano di favorire la natalità con un sostegno vero ai genitori perché possano prendersi cura dei figli e favorire pertanto l’aumento della natalità. Certo dalle statistiche si evidenzia da una parte che dopo l’introduzione della legalizzazione dell’aborto si sono verificati circa sei milioni di aborti e certamente non possono considerarsi terapeutici. Per aumentare la natalità sarebbe stato molto più semplice non abortire.

Si evidenzia altresì che sono diminuiti gli aborti ma spesso non facciamo più caso all’uso della pillola del giorno dopo che oltre ad essere contraccettiva, si rivela anche abortiva come lo è del resto la pillola dei cinque giorni o del mese. Sono diminuite le Interruzioni Volontarie della Gravidanza ma è aumentato l’usi di pillole abortive. Diceva Ronald Reagan, presidente degli Sati Uniti d’America “quelli che parlano di aborto sono già nati”. Mentre sono stimati in circa sei milioni gli aborti effettuati in Italia dopo l’entrata in vigore della legge 194 i Centri di Aiuto alla Vita in Italia secondo l’undicesimo rapporto attesta anno salvato duecentomila bambini infatti così afferma il suddetto rapporto: “Il Movimento per la Vita (MpV) pubblica ogni anno, a partire dal 1997, un rapporto (Vita Cav) sulla attività dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV), che nel 2016 erano 349. In tal modo è possibile sapere quanti bambini sono stati aiutati a nascere. Ad oggi essi sono certamente più di 200.000. In non pochi casi l’intervento dei CAV ha salvato realmente vite umane. Sarebbe perciò opportuno che la annuale relazione ministeriale facesse un cenno a questa attività di volontariato e più ancora che la metodologia dei CAV venisse considerata un esempio da ripetere nei consultori familiari”. Molte perplessità e dubi di coscienza oltre che difficoltà giuridica presenta oggi l’applicazione della legge sul biotestamento approvata recentemente dal Parlamento Italiano.  Questa legge, da anni invocata dai cattolici, è un’occasione mancata poiché, per adoperare le parole del direttore dell’ufficio per la Salute della Cei, don Massimo Angelelli, “tutela i medici sollevandoli da ogni responsabilità, tutela le strutture sanitarie pubbliche, tenta di ridurre la medicina difensiva spostando sul malato l’onere della responsabilità delle scelte, ma sembra poco efficace nella tutela dei sofferenti. Sono molte le incertezze nella applicabilità di questa legge”. I “vulnus” della normativa sono ormai noti, a cominciare dall’esautoramento dei medici e da una debole, debolissima “alleanza terapeutica” che dovrebbe essere alla base delle cure di un paziente in fina vita, ovvero di quell’intesa tra medico, paziente e parenti del malato.

Non è una morte degna quella che avviene per disidratazione o interruzione della nutrizione. Il Papa aveva ben delineato i confini dell’assistenza al malato in fine vita. Anche l’alleanza terapeutica infatti ha due limiti ben precisi: da una parte l’eutanasia, dall’altra l’accanimento terapeutico. Sono due confini invalicabili. In mezzo le cure palliative, regolate da una legge che funziona e che dona al paziente la possibilità di vivere fino in fondo la sua vita fino al momento più estremo. Dunque ben venga la disobbedienza civile ogni qual volta i medici e gli operatori sanitari lo ritengano necessario. Il cardinale Bagnasco così sintetizza l’auspicio della Chiesa cattolica italiana: “che in questo delicato passaggio − mentre si evitano inutili forme di accanimento terapeutico − non vengano in alcun modo legittimate o favorite forme mascherate di eutanasia, in particolare di abbandono terapeutico, e sia invece esaltato ancora una volta quel favor vitae che a partire dalla Costituzione contraddistingue l’ordinamento italiano.” Infine mentre parliamo di amore, di rispetto e di cura per la vita della persona e di ogni persona dal concepimento al fine vita sembra che il delirio di onnipotenza della scienza non intenda fermarsi di fronte alla possibilità della clonazione umana. Sarebbe opportuno ricordare che non tutto quello che scientificamente è possibile e anche eticamente accettabile. Papa Francesco ricorda che “solo una comunità dal respiro evangelico è capace di trasformare la realtà e guarire dal dramma dell’aborto e dell’eutanasia”, una comunità che “sa farsi ‘samaritana’ chinandosi sulla storia umana lacerata, ferita, scoraggiata”, una comunità che cerca il sentiero della vita.

 

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