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Al di là della propaganda:

alcune verità scomode

di Michele Rallo

Forse alcuni fra i lettori ricorderanno un mio articolo di qualche tempo fa: «Pagani, cristiani, ebrei… le origini dell’intolleranza e dell’antisemitismo», pubblicato su “La Risacca” del maggio 1916.

Il pezzo trattava del contrasto generato dall’irrompere di cristianesimo ed ebraismo nella società romana e pagana dei primi secoli dopo Cristo e, successivamente, dalla marcata ostilità della Chiesa (fino alle persecuzioni e alle stragi) contro gli ebrei e l’ebraismo. In pratica – era la tesi di fondo – il pregiudizio antisemita non è stato una invenzione di Adolf Hitler, ma un fenomeno antichissimo, dovuto in primo luogo alla dichiarata inimicizia delle Chiese Cristiane – e della Cattolica in particolare – verso gli ebrei, considerati collettivamente, come popolo, responsabili della morte di Gesù Cristo.

Orbene, questo pre-giudizio (sbagliato come tutti i pre-giudizi) è stato la base di tutte le manifestazioni di antisemitismo nella storia europea, ivi comprese le più crudeli: dagli autodafé della Santa Inquisizione ai pogrom della Russia zarista, alla Shoà della Germania nazista.

È certamente fuorviante, dunque, il tentativo di cancellare due millenni di antisemitismo dalla storia europea, riconducendo il fenomeno all’ascesa al potere di Hitler in Germania. Ed ancor più fuorviante – se possibile – è quella operazione di falsificazione storica che vorrebbe attribuire al regime fascista italiano delle corresponsabilità nella politica antisemita del regime nazionalsocialista tedesco.

 

* * *

 

Tutto ciò premesso, va detto che, in origine, il fascismo italiano non era assolutamente antisemita. Per un motivo semplicissimo: perché la società italiana del tempo, ancora intrisa dei valori laici del Risorgimento, non era antisemita. Nell’ambito fascista – vedremo più avanti – l’antisemitismo era esclusivo appannaggio di una esigua componente ultra-cattolica. E, questo, anche dopo il Concordato con la Chiesa (1929), fino alle leggi razziali (1938) e, in misura minore, anche dopo.

In Italia l’antisemitismo moderno – quello successivo alla Santa Inquisizione – risaliva allo Stato Pontificio ed al potere temporale dei Papi. In quel periodo erano state adottate odiose misure discriminatorie nei confronti degli ebrei: la quasi-carcerazione nei ghetti, il berretto giallo (precursore assai più vistoso della stella gialla nazista), la solenne cerimonia annuale nel corso della quale il rabbino-capo di Roma riceveva un umiliante calcio nel sedere, a simboleggiare l’ostilità della comunità romana. Le discriminazioni erano cessate definitivamente solo nel 1870, per volontà di quella vituperata dinastia Savoia che aveva creato lo Stato Nazionale (contro la volontà del Papato).

Il regime fascista, figlio di quella stessa Italia laica, liberale e nazionalista[1] che aveva fatto il Risorgimento, non scaturiva quindi da una cultura antisemita e non era antisemita. Fino al 1938, l’Italia di Mussolini non aveva mostrato nessuna ostilità nei confronti degli individui di religione ebraica, che erano parte integrante dell’apparato fascista. Dopo aver contribuito alla rivoluzione delle Camicie Nere, sia con i “martiri fascisti” (Duilio Sinigaglia, Gino Bolaffi e Bruno Mondolfo) che con generosi finanziatori (Elio Jona e Giuseppe Toeplitz), gli ebrei italiani avevano successivamente concorso a costituire l’ossatura burocratica del regime: dal Governo centrale (con il ministro Guido Jung e con il sottosegretario Aldo Finzi) alle Colonie, dalle forze armate alla polizia, dal Gran Consiglio del Fascismo alla Milizia, dalla stampa di partito (con Margherita Sarfatti ai vertici di “Gerarchia”) a tutti gli àmbiti della cultura politicamente impegnata (ivi comprese le istituzioni ufficiali della “cultura fascista”)[2]; per tacere dei rapporti che attenevano alla sfera privata di Benito Mussolini[3].

Peraltro, dal 1930 (all’indomani del Concordato con la Chiesa Cattolica) vigeva in Italia la cosiddetta Legge Falco, venuta a regolare – con reciproca soddisfazione – i rapporti fra lo Stato e la comunità israelita.

Le uniche asperità antisemite del regime erano ascrivibili alla piccola pattuglia reazionaria ispirata ad una vecchia “estrema destra” prefascista che attingeva a piene mani dall’unica tradizione anti-israelita italiana: quella di un cattolicesimo zelante e ultramontano che aveva avuto il suo momento di maggior fortuna all’epoca della Restaurazione e della Santa Alleanza.

Inoltre, dopo l’avvento di Hitler in Germania (1933), alcuni ristretti circoli del radicalismo fascista si erano improvvisamente scoperti filotedeschi ed antisemiti; ma la disapprovazione di Mussolini (che non faceva mistero di una marcata diffidenza) ne aveva limitato il raggio d’azione.

Se si eccettuano, quindi, alcune posizioni nettamente minoritarie e circoscritte, il rapporto del fascismo con l’ebraismo italiano (ma anche con il sionismo internazionale) continuava ad essere buono; anzi, più che buono. Gli ebrei – tranne una percentuale fisiologica di oppositori[4] – continuavano a sostenere il regime, la sua politica, le sue idee ed anche le sue guerre, da quella d’Etiopia a quella di Spagna.[5] E il regime, dal canto suo, riconosceva ed onorava questo impegno: per esempio, concedendo la medaglia d’oro alla memoria al gerarca ebreo Alberto Liuzzi, caduto a Saragozza nel marzo 1937.[6]

Né l’atteggiamento positivo del regime era circoscritto all’àmbito italiano: vi furono contatti amichevoli (e talora anche incontri ufficiali) del Duce con esponenti del movimento sionista internazionale: quelli assai noti con Chaim Weizmann e con Nahum Goldmann, e quelli meno noti ma più significativi con Zeev Jabotinsky, capofila di quel sionismo revisionista che avrebbe potuto essere una sorta di fascismo ebraico.[7]

Inoltre – come ricorda Maurizio Cabona – il regime italiano aveva dato ospitalità (e talora assicurato anche autorevoli tribune culturali) a numerosi ebrei in fuga dalla Germania hitleriana.[8]

Vi era, infine, il robusto movimento degli ebrei italiani antisionisti che si riconoscevano totalmente nel fascismo; questo movimento era guidato da Ettore Ovazza e si raccoglieva attorno al settimanale “La Nostra Bandiera”.

Per contro, altri settori dell’ebraismo straniero (e in primo luogo determinate centrali finanziarie, intellettuali e giornalistiche facenti capo ad ambienti israeliti anglo-americani) manifestavano una totale ostilità nei confronti del regime fascista italiano. E il regime ricambiava esplicitamente l’ostilità di quei circoli, da molti identificati – a torto o a ragione – come il vertice di un “ebraismo internazionale” (o di una “internazionale ebraica”) che si sovrapponeva ed egemonizzava il movimento sionista.

Questa situazione permaneva fino alla vigilia dell’Anschluss austriaco, se è vero com’è vero che, nel febbraio 1938, Mussolini dichiarava, ancòra una volta[9], che in Italia non esisteva alcuna forma di antisemitismo.[10] E ciò – si badi – nonostante la marcata, preconcetta, astiosa ostilità del summenzionato “ebraismo internazionale” verso le guerre italiane in Africa e in Spagna.

In effetti, questo era un ulteriore elemento discriminatorio tra le politiche antisemite “di Stato” tedesca e italiana: i tedeschi consideravano nemici indifferentemente tutti gli ebrei di tutti i paesi del mondo; gli italiani, invece, riservavano la loro ostilità soltanto ai loro avversari reali, rifiutandosi di mettere sullo stesso piano i potentati economici della “internazionale ebraica” e la generalità degli incolpevoli (e spesso benemeriti) cittadini italiani di religione israelita.

 

 

 

 


N O T E

[1] I concetti di liberalismo e nazionalismo vanno intesi, naturalmente, nella loro accezione ottocentesca.

2 Per rendere l’idea della fedeltà fascista di alcuni qualificati esponenti dell’ebraismo italiano, citiamo il caso di Giorgio Del Vecchio, già rettore dell’Università di Roma ed illustre filosofo del diritto (escluso dall’insegnamento universitario nel 1939 perché ebreo e nel 1944 perché fascista), che negli anni ’50 e ‘60 fu apprezzato collaboratore del MSI e delle iniziative culturali promosse da quel partito.

3 Due donne fortemente amate dal Duce – Angelica Balabanov e Margherita Sarfatti – erano ebree.

4 Negli anni ’30 il numero degli ebrei italiani contrari al fascismo iniziò gradualmente ad aumentare, man mano che in alcuni ambienti israeliti cresceva l’influenza del gruppo antifascista clandestino Giustizia e Libertà, facente capo agli ebrei Carlo e Nello Rosselli, più tardi vittime dei fascisti francesi della Cagoule.

5 Per una parziale elencazione degli ebrei che rivestirono ruoli di rilievo nel regime fascista italiano, si veda: Il contributo degli ebrei ai successi dell’Italia fascista. www.rinascita.info/ [2008].

6 Alberto Liuzzi, console generale della Milizia, era comandante dell’XI Gruppo della Divisione “Penne Nere” del CTV italiano in Spagna.

7 Vincenzo PINTO: – Stato e libertà. Il carteggio Jabotinsky-Sciaky, 1924-39. Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2002;

- Imparare a sparare. Vita di Vladimir Ze’ev Jabotinsky padre del sionismo di destra. UTET, Torino, 2007.

8 Maurizio CABONA: Fascisti, neofascisti, postfascisti ed ebrei. www.settecolori.it/ [2008].

9 Mussolini aveva già dichiarato che «in Italia non esiste l’antisemitismo». Lo aveva fatto più volte, ed in particolare nel 1932, nel contesto di una lunghissima intervista al giornalista ebreo tedesco Emil Ludwig. Da quella intervista sarebbe derivato il libro “Colloqui con Mussolini”, un best-seller della politica internazionale, pubblicato col contagocce in Italia ma sùbito tradotto in tredici lingue e andato a ruba in tutto il mondo.

10 Fascismo e questione ebraica. www.wikipedia.org/ [2008].

 


[1] I concetti di liberalismo e nazionalismo vanno intesi, naturalmente, nella loro accezione ottocentesca.

[2] Per rendere l’idea della fedeltà fascista di alcuni qualificati esponenti dell’ebraismo italiano, citiamo il caso di Giorgio Del Vecchio, già rettore dell’Università di Roma ed illustre filosofo del diritto (escluso dall’insegnamento universitario nel 1939 perché ebreo e nel 1944 perché fascista), che negli anni ’50 e ‘60 fu apprezzato collaboratore del MSI e delle iniziative culturali promosse da quel partito.

[3] Due donne fortemente amate dal Duce – Angelica Balabanov e Margherita Sarfatti – erano ebree.

[4] Negli anni ’30 il numero degli ebrei italiani contrari al fascismo iniziò gradualmente ad aumentare, man mano che in alcuni ambienti israeliti cresceva l’influenza del gruppo antifascista clandestino Giustizia e Libertà, facente capo agli ebrei Carlo e Nello Rosselli, più tardi vittime dei fascisti francesi della Cagoule.

[5] Per una parziale elencazione degli ebrei che rivestirono ruoli di rilievo nel regime fascista italiano, si veda: Il contributo degli ebrei ai successi dell’Italia fascista. www.rinascita.info/ [2008].

[6] Alberto Liuzzi, console generale della Milizia, era comandante dell’XI Gruppo della Divisione “Penne Nere” del CTV italiano in Spagna.

[7] Vincenzo PINTO: – Stato e libertà. Il carteggio Jabotinsky-Sciaky, 1924-39. Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2002;

- Imparare a sparare. Vita di Vladimir Ze’ev Jabotinsky padre del sionismo di destra. UTET, Torino, 2007.

[8] Maurizio CABONA: Fascisti, neofascisti, postfascisti ed ebrei. www.settecolori.it/ [2008].

[9] Mussolini aveva già dichiarato che «in Italia non esiste l’antisemitismo». Lo aveva fatto più volte, ed in particolare nel 1932, nel contesto di una lunghissima intervista al giornalista ebreo tedesco Emil Ludwig. Da quella intervista sarebbe derivato il libro “Colloqui con Mussolini”, un best-seller della politica internazionale, pubblicato col contagocce in Italia ma sùbito tradotto in tredici lingue e andato a ruba in tutto il mondo.

[10] Fascismo e questione ebraica. www.wikipedia.org/ [2008].


 

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