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di Anna Burdua
Il Museo Civico di Erice racchiude in sé testimonianze attestanti la storia della Città e della sua gente attraverso i secoli; il suo
patrimonio, costituito da reperti archeologici, sculture, opere d’arte, beni etno-antropologici, ci consente, infatti, di attraversare secoli di storia e comprendere questo legame indissolubile della gente con il Paese. La storia del Museo trae le sue origini dal collezionismo privato. Il primo collezionista della Città fu Antonio Cordici, grande storico vissuto nella seconda metà del
sec. XVI; dopo di lui altri benemeriti cittadini seguirono il suo esempio. Nel 1866 una serie di leggi che presero il nome dal promulgatore Siccardi stabilirono di sopprimere tutti i conventi e le corporazioni religiose. I Comuni avevano la facoltà, previa formale domanda, di prendere possesso sia degli immobili che dei beni degli stessi. Il Comune di Erice divenne proprietario
non solo delle sedi dei tanti conventi ma anche del pregevole in essi custoditi. Nel 1876 con i reperti archeologici del Cordici, della famiglia ericina Hernandez e con le opere d’arte provenienti dalle corporazioni religiose soppresse venne costituito il Museo di Erice sistemato al piano terra del Palazzo Comunale e nel 1939 al piano superiore del palazzo attiguo già sede
del teatro e che ancora oggi ne costituisce la sede.

Cospicuo e di rilevante importanza il patrimonio museale per la rarità e la preziosità dei manufatti.
Nella sezione archeologica, la più ricca, spicca una testina femminile di divinità in marmo identificata e diffusa come
la testina di Venere dea della bellezza e della fecondità il cui culto attirò nell’antichità tante presenze provenienti da diverse parti del mondo; una pintadera, stampo in terracotta con incisi motivi geometrici raffiguranti un labirinto. Questi strumenti venivano usati dalle popolazioni neolitiche per imprimersi sulla pelle disegni ornamentali colorati.

Lungo le pareti della gradinata di accesso tre pannelli  in maiolica.

Uno raffigura lo stemma della famiglia patrizia Badalucco, gli altri due uno stemma vescovile con all’interno
la scritta PAX.

Fra i beni etno-antropologici un Presepe e la Fuga in Egitto. Entrambe le rappresentazioni sono custodite in teche di legno.  Tutti i personaggi, le casette, gli animali del presepe sono in alabastro, in alto la scena della Natività.  Nella Fuga in Egitto, i personaggi sono realizzati in ceroplastica e sono collocati in uno scenario naturalistico tra arbusti, foglie, rami e fiori con gli
angioletti. È della fine del secolo XVIII. Nell’arte sacra di particolare interesse un tronetto d’altare su cui sono inseriti specchi e decorazioni in argento; tre pianete e un paliotto ricamati con fili d’oro e d’argento. Appeso alla parete della sala inferiore,
un crocefisso ligneo opera del trapanese Pietro Orlando.

Nell’atrio l’Annunciazione di Antonello Gagini datata 1525.  Proviene dalla Chiesa del Carmine dove si trova una copia in maiolica. L’opera è stata commissionata dal nobile ericino Giacomo Pilati per l’altare della chiesa appartenente alla sua famiglia. Interessante una collezione di armi di epoca garibaldina costituita da una sciabola, un fucile e tre moschetti donata dalla famiglia Coppola.

Prestigiosa la collezione di dipinti costituita da un centinaio di quadri di Alberto Augugliaro, pittore ericino allievo del Mirabella e del Cortegiani, un quadro in ardesia della Madonna di Custonaci dono del cavaliere Vincenzo Curatolo ed un’opera in tela denominata Noli me tangere. Sono ritratti Cristo e la Maddalena. La Maddalena in ginocchio guarda estasiata a dimostrazione del grande amore che l’aveva spinta a recarsi al Sepolcro con il vaso di aromi. L’originale è conservato a Bologna nella chiesa di santa Maria dei Servi. Un altro dipinto degno di ammirazione è Marta e Maddalena di Andrea Carreca proveniente dal Monastero del Santissimo Salvatore. Marta tiene in mano il crocifisso. La Maddalena vestita di rosso è il simbolo del peccato. Nascosto in un angolo a sinistra di Marta il demonio.
Un quadro di ispirazione fiamminga è La Madonna dei Sette dolori. Il tema iconografico dei sette dolori è ricorrente nella pittura fiamminga ma trova riscontro nell’ambiente napoletano della fine del secolo XVIII frequentato dai pittori fiamminghi. La spada infissa nel petto dell’Addolorata sta a significare l’angoscia materna.

Caratteristico un baule per il corredo nuziale in legno di autore ignoto.  La decorazione originaria della fine del Settecento è stata coperta da nuove decorazioni di gusto neoclassico riferibile al XIX secolo: tre formelle quadrangolari poste nella parte frontale, posteriore e sul coperchio. Da ammirare una vera di pozzo in marmo di scuola gaginiana decorata con putti ed ornamenti floreali proveniente dal Duomo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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