Archivi
Categorie

Quando si aveva il coraggio

di resistere ai poteri forti

di Michele Rallo

Il punto di svolta della vicenda fiumana si aveva il 10 gennaio 1920, quando Gabriele D’Annunzio accoglieva le dimissioni di Giovanni Giuriati da Capo del Gabinetto di Comando, nominando in sua vece Alceste De Ambris. Giuriati era disponibile ad accogliere il compromesso suggerito dal governo italiano. De Ambris, viceversa, rappresentava l’anima rivoluzionaria (e oltranzista) del fiumanesimo.

Con la nomina di Alceste De Ambris iniziava il periodo eroico di Fiume che, da quel momento, diventava meta di un’imponente migrazione di militari e civili. Interi reparti del Regio Esercito e della Regia Marina disertavano e raggiungevano la città ribelle, ove adesso confluivano non soltanto giovani ufficiali e militari di truppa, ma anche generali e ufficiali di stato maggiore, eroi di guerra, decorati di medaglia d’oro, e perfino gli ultimi reduci delle formazioni garibaldine.[1] Dalle poche centinaia di granatieri che avevano marciato da Ronchi, si giungeva ormai a circa 10.000 militari, che venivano inquadrati in un Esercito Legionario e in una Marina Legionaria.

Ma a connotare politicamente Fiume era soprattutto l’arrivo di moltissimi civili: in primo luogo, aderenti alla galassia dei movimenti di estrema destra;[2] ma anche eretici della sinistra, socialisti dissidenti, anarchici individualisti, repubblicani; ed infine – quasi a configurare un “terzo polo” fiumano – i sindacalisti atipici che si rifacevano a De Ambris: sorelliani, corporativisti, nazionalsindacalisti di destra che guardavano a sinistra, e sindacalisti-rivoluzionari di sinistra che guardavano a destra. E non era tutto: gran copia di avventurieri, intellettuali, borghesi ex-combattenti, studenti fuggiti da casa, sognatori in buona fede e trafficanti di fede incerta.  Per tacere degli stranieri, soprattutto intellettuali, giunti da ogni angolo d’Europa e perfino dal Giappone.

Fiume diventava in breve un laboratorio politico ove le idee più diverse confluivano, si amalgamavano, e spesso anche confliggevano. Il momento più difficile si attraversava da marzo a maggio, quando Alceste De Ambris sembrava puntare decisamente alla proclamazione di una repubblica fiumana. Il progetto provocava una generale levata di scudi da parte della maggioranza del movimento dannunziano, saldamente schierata a difesa delle istituzioni monarchiche

 

SI COMPLICA LO SCENARIO

INTERNAZIONALE

Frattanto, lo scenario internazionale era in grande fermento. Dopo la mancata ratifica parlamentare del trattato di Versailles da parte del Congresso degli Stati Uniti (luglio 1919), adesso – nel marzo 1920 – il Senato USA votava contro l’adesione alla Società delle Nazioni, con ciò segnando il completo disconoscimento della politica wilsoniana di intervento negli affari europei. Il presidente Wilson era clamorosamente sconfessato, e la delegazione statunitense doveva abbandonare la Conferenza della Pace.[3]

La prima conseguenza del terremoto americano era che i governanti inglesi dovevano assumersi il còmpito di gestire da soli l’immenso business del dopo-guerra, con in più l’ònere di curare anche gli interessi dei cugini americani. Interessi sempre più cospicui, man mano che tutta la fascia ad est dell’Anatolia andava rivelandosi ricca di petrolio.

Altro fatto di rilievo era, il 12 maggio, l’apertura a Pallanza dell’annunciato convegno italo-serbo sulla questione adriatica. Il ritiro dalla scena di Wilson avrebbe potuto favorire una qualche forma di accomodamento, ma l’atteggiamento intransigente dei serbi lasciava intendere che questi potevano sempre contare sull’appoggio incondizionato di inglesi e francesi. Il convegno si concludeva perciò con un nulla-di-fatto, recando peraltro un ulteriore colpo alle fortune del gabinetto nittiano, che non attraversava certo un momento fra i più propizi.

Messo alle corde, Nitti era costretto a lasciare. Il 15 giugno si insediava il nuovo governo. A presiederlo era il vecchio esponente liberale Giovanni Giolitti (al suo quinto mandato), mentre al dicastero degli Esteri era chiamato il conte Carlo Sforza, non gradito agli inglesi per la sua nota inclinazione prokemalista, ma bene accetto ai francesi per il suo filoserbismo. Sforza era un antidannunziano dichiarato, ed era addirittura favorevole ad una Grande Jugoslavia ”da Lubiana al Mar Nero”[4] che inglobasse anche la Bulgaria: la qualcosa – sia detto tra parentesi – non rappresentava certamente una ipotesi propizia per gli interessi italiani nei Balcani. Al ministero degli esteri permaneva comunque – con la funzione di Segretario Generale – un personaggio che vi era approdato in epoca nittiana: Salvatore Contarini, un diplomatico di netta inclinazione francofila e, quindi, serbofila. Il suo ruolo condizionerà pesantemente la politica adriatica del nuovo governo, indirizzandola verso la ricerca di un compromesso non certamente felice.

Si complicava, intanto, lo scenario albanese. A Valona le nostre truppe erano più volte attaccate da bande albanesi, arruolate segretamente dal ministro degli interni, Zogu bey Zogolli, il futuro Re Zog. Ma questa è un’altra storia.

 

LA REGGENZA DEL CARNARO

A Fiume, intanto, D’Annunzio aveva fretta di archiviare gli attriti interni, anche per tentare di sfruttare al meglio il nuovo clima italiano, adesso segnato da un governo certamente meno ostile del precedente all’avventura fiumana.

Accantonata prudentemente – d’accordo con lo stesso De Ambris – ogni ipotesi repubblicana, il Comandante avviava un processo di normalizzazione, basato sulla trasformazione di Fiume in uno “Stato libero” retto da istituzioni compatibili con l’assetto monarchico dell’Italia.

Anche la “politica estera” dannunziana veniva normalizzata, sostituendo alla guida dell’Ufficio Relazioni Esteriori il poeta filobolscevico belga-polacco Léon Kochnitzky con il capitano Eugenio Coselschi.[5] Coselschi – con la collaborazione di Giovanni Giuriati – inaugurava peraltro la stagione dei cosiddetti “intrighi balcanici”, che si sostanziavano in una serie di trattati segreti stipulati tra il governo fiumano e i movimenti nazionalisti (e antijugoslavi) di Montenegro, Croazia, Slovenia, Kosovo, Macedonia e Vojvodina.[6]

Veniva infine abbandonato il progetto di una “marcia su Roma” che avrebbe dovuto portare alla fine del regime parlamentare ed alla instaurazione di una dittatura nazionalista e militarista.[7]

A normalizzazione ultimata, D’Annunzio ufficializzava il progetto di creare lo “Stato Libero”, e poneva mano – insieme a De Ambris – all’elaborazione della sua costituzione, la Carta del Carnaro.

Il 24 agosto si svolgeva un referendum popolare, che ratificava il progetto di fare di Fiume uno Stato libero, e l’8 settembre nasceva finalmente la nuova entità fiumana: era denominata Reggenza Italiana del Carnaro ed aveva nella Carta del Carnaro – entrata in vigore quello stesso giorno – il suo statuto.

Il nuovo Stato rientrava chiaramente nell’orbita istituzionale monarchica (la “reggenza” era un istituto di supplenza al sovrano momentaneamente assente o impedito) e la sua carta costituzionale, pur se estremamente avanzata, non si spingeva – come avrebbero voluto alcuni esponenti della “sinistra” dannunziana – fino a mettere in discussione i fondamenti della società civile del tempo. Erano comunque previsti l’assoluta parità tra i sessi, il voto alle donne, il divorzio, eccetera.

 

 

IL TRATTATO DI RAPALLO

Era frattanto iniziato un timido processo di distensione italo-serbo, propiziato dall’attivismo serbofilo dell’accoppiata Sforza-Contarini al nostro ministero degli Esteri. Giolitti era certamente più prudente, ma era tuttavia convinto – con buona ragione – che, nonostante il ritiro di Wilson dalla scena, il punto di vista italiano non avesse ormai alcuna speranza di prevalere.

Il 12 novembre, così, Italia e Serbia sancivano nel trattato di Rapallo una soluzione di compromesso:

-      all’Italia andavano – oltre alla Giulia – l’Istria (secondo il confine del Patto di Londra), Zara con quattro piccoli comuni limitrofi, e le isole di Cherso, Lussin, Lagosta e Pelagosa;

-      al Regno Serbo-Croato-Sloveno andava la Dalmazia (tranne Zara);

-      Fiume con la sua provincia rimaneva uno Stato libero, con l’impegno di Roma e Belgrado a non insidiarne l’indipendenza neanche in futuro.

Le reazioni dell’opinione pubblica italiana erano di moderata insoddisfazione; insoddisfazione tuttavia temperata dalla convinzione che, in quel momento, non si sarebbe forse potuto ottenere un risultato migliore. Giulia ed Istria erano definitivamente acquisite, così come Zara; e Fiume non sarebbe andata comunque alla Serbia.  Anche gli esponenti politici che avevano maggiormente sostenuto l’impresa dannunziana erano dell’avviso che il trattato di Rapallo dovesse essere accettato – sia pure provvisoriamente – come il necessario male minore, a iniziare dai capi dei partiti fascista e nazionalista, Mussolini e Federzoni.

A Fiume, la popolazione era ovviamente delusa per non poter ricongiungersi all’Italia; ma, nella sua maggior parte, accoglieva con sollievo la soluzione di compromesso, che comunque scongiurava l’ipotesi di annessione al Regno Serbo-Croato-Sloveno. Una robusta minoranza, invece, era indignata per quello che veniva considerato un tradimento.

In Dalmazia – infine – la popolazione italiana era unanime nel respingere rabbiosamente il trattato.  Anche gli abitanti di Zara, che pure realizzavano il sogno del ricongiungimento alla Madrepatria, davano luogo a proteste violentissime e a gravi disordini.

 

L’ORDINAMENTO

DELL’ESERCITO FIUMANO

Malgrado gli sforzi del Comandante, comunque, il clima interno all’ambiente dannunziano continuava ad essere pesante. Si era appena evitata una clamorosa rottura fra monarchici e repubblicani, che già una seconda se ne profilava: questa volta all’interno delle forze armate legionarie.

Motivo del contendere era l’Ordinamento dell’Esercito Fiumano, in origine concepito come una sorta di trasposizione della Carta del Carnaro in àmbito militare, ma nella sostanza ispirato ai “soviet dei soldati” russi.[8] Si trattava di una democratizzazione estrema delle forze armate fiumane; democratizzazione però soltanto teorica, giacché queste continuavano ad essere sotto l’autorità assoluta e apertamente dittatoriale di Gabriele D’Annunzio.  L’unica novità rispetto al passato era che adesso il comando su esercito e marina legionari veniva esercitato direttamente da D’Annunzio, senza la mediazione dello Stato Maggiore (che era abolito) e senza il tramite degli ufficiali superiori (che venivano adibiti a funzioni accessorie).

Il nuovo ordinamento provocava la cocente delusione degli ufficiali, che della rivolta dannunziana erano stati gli artefici principali e che delle forze armate fiumane erano il nerbo.  Alcuni si tiravano indietro (il 20 novembre si dimettevano per primi il generale Ceccherini e il colonnello Sani[9]) e moltissimi altri perdevano ogni mordente e ogni entusiasmo; con conseguenze disastrose, che sarebbero poi chiaramente emerse durante l’emergenza del “Natale di sangue”.

Si complicava anche la scena civile, con l’opposizione interna (gli “autonomisti” dell’ex-sindaco Zanella) che adesso si appellava ai fiumani anche in nome dei princìpi di civile normalità, che sembravano esser messi in discussione da spinte utopistiche divenute incontrollabili.


[1] Mario LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Italia editrice, Campobasso, 1995.

[2] Fra questi, in ascesa, il movimento fascista. Ad agosto verrà costituito il Fascio fiumano, cui D’Annunzio darà la propria adesione.

[3] Alcuni mesi più tardi, in novembre, le elezioni presidenziali vedranno la vittoria del repubblicano isolazionista Harding e la sconfitta del delfino di Wilson, il democratico interventista Cox. Sarà una condanna popolare senza appello per il wilsonismo e per la politica di ingerenza negli affari europei.

[4] Carlo SFORZA: Jugoslavia. Storia e ricordi. Rizzoli editore, Milano, 1948.

[5] Coselschi sarà negli anni ‘30 il segretario generale dei Comitati per l’Universalità di Roma, una sorta di “internazionale fascista”.

[6] Michael A. LEDEEN: D’Annunzio a Fiume. Editori Laterza, Bari, 1975.

[7] Il progetto prevedeva una spedizione di truppe fiumane e giuliane che avrebbe dovuto trovare il sostegno di forze paramilitari nazionaliste. Un precedente progetto – promosso dal sindacalista socialista Giuseppe Giulietti – prevedeva lo sbarco di forze dannunziane in Romagna ed una sollevazione repubblicana.

[8] LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Cit.

[9] LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Cit.

IL NATALE DI SANGUE

Ma era soprattutto D’Annunzio a respingere il trattato, in termini di assoluta intransigenza e senza timore alcuno per un ventilato intervento armato da parte italiana.  Riteneva che le truppe della Giulia – incaricate di rilevare il comando di Fiume – non avrebbero mai aperto il fuoco sui Legionari. Non erano forse proprio quelli i reparti più vicini allo spirito fiumano, le forze che avrebbero addirittura dovuto partecipare ad un’ipotizzata “marcia su Roma” dannunziana? E non era il loro comandante – il generale Enrico Caviglia – personalmente contrario al Trattato di Rapallo?

Ma al Comandante sfuggiva la drammatica particolarità del momento: Caviglia aveva l’ordine perentorio di occupare Fiume, e – sia pure a denti stretti – era intenzionato a obbedire. A qualunque costo.

Il 1° dicembre il comando italiano poneva il blocco navale e terrestre a Fiume. Seguivano venti giorni di assedio incruento, durante i quali si moltiplicavano le pressioni sul Comandante perché accettasse l’inevitabile. In questo senso si pronunciavano sia il governatore della Dalmazia, il più realista ammiraglio Millo, sia lo stesso Capo del Gabinetto fiumano, De Ambris.

La situazione precipitava.  Il generale Caviglia poneva un ultimatum per la resa, con scadenza alle ore 18 del 21 dicembre.  Ma, alla scadenza, D’Annunzio rispondeva proclamando lo stato di guerra.  Lo stesso giorno, l’ammiraglio Millo – affranto – cedeva il comando della Dalmazia all’inviato del governo italiano.

Poi, alla vigilia di Natale, il 24 dicembre, iniziava l’attacco italiano.  Era quello che D’Annunzio chiamava “il Natale di Sangue”: cinque giorni di scontri e di bombardamenti, che facevano vittime anche tra la popolazione civile.

Oramai era chiaro che non v’era più nulla da fare e che resistere ulteriormente avrebbe portato solo ad un bagno di sangue.  D’Annunzio ne prendeva atto, e decideva di cessare la resistenza per risparmiare ulteriori lutti alla popolazione civile.  Il 29 dicembre il Comandante rassegnava le dimissioni, cedendo il potere al sindaco Riccardo Gigante ed al Consiglio fiumano.

Il patto di Abbazia – due giorni dopo – ufficializzava l’accettazione del trattato di Rapallo («lo Stato di Fiume subisce, per forza e per evitare ogni azione militare contro la città, l’applicazione del trattato di Rapallo») e l’abbandono di Fiume da parte dei Legionari, cui il generale Caviglia accordava «garanzie disciplinari complete».[1]

La questione fiumana era, per il momento, drammaticamente se non vergognosamente conclusa.  La riaprirà Mussolini, tre anni più tardi.


[1] LAZZARINI: L’impresa di Fiume. Cit.

 


 

I Commenti sono chiusi

Cerca
bed and breakfast RUA NUOVA

Clicca sull'Immagine x Ingrandire la locandina
Bed And Breakfast
RUA NUOVA

Calendario
ottobre: 2018
L M M G V S D
« giu    
1234567
891011121314
15161718192021
22232425262728
293031  
Visite