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PENSIONI SEMPRE PIU’ LONTANE MA L’INPS RIMANE NEI GUAI

di Fabrizio Fonte


L’ISTAT ha recentemente ufficializzato che la prospettiva di vita per gli italiani si è allungata, con la conseguenza che in automatico, per effetto della cosiddetta «Legge Fornero», l’età per raggiungere la tanto agognata pensione si attesta ai 67 anni compiuti. Questa nuova soglia proietta l’Italia tra le nazioni (che compongono l’Unione Europea) dove si raggiunge più tardi il meritato riposo dalle attività lavorative. Tutto ciò è paradossale se pensiamo che nei primi anni ’70 del secolo scorso il «Governo Rumor» introdusse (29 dicembre 1973) una norma che consentiva ai dipendenti pubblici (i lavoratori del privato erano esclusi da quel provvedimento) di andare in pensione con 14 anni sei mesi e un giorno, se donne e sposate con figli, mentre 20 anni per gli altri statali e 25 anni per i dipendenti degli Enti locali. Le «baby pensioni», quindi, divennero un diritto acquisito, sancito da una norma legislativa, la cui copertura veniva data in carico alle future generazioni. I «baby pensionati», da una stima sulla prospettiva di vita media, incassano, infatti, circa il triplo di quanto hanno versato durante la loro attività lavorativa. La malsana idea di varare questo provvedimento nacque alla vigilia delle elezioni amministrative in cui la «Democrazia Cristiana», il partito di Rumor, fece non a caso il pieno di voti. Successivamente, e non poteva essere diversamente anche se con estremo ritardo, il decreto 503 del 30 dicembre 1992 cancellò la possibilità di accedere alla «baby pensione», ma ormai il danno era stato fatto. È dunque evidente che ancora oggi paghiamo le conseguenze di quelle scelte clientelari e che allo stato attuale ci condannano, anche grazie all’introduzione del «sistema contributivo», a delle pensioni da fame. Al momento, infatti, ognuno si dovrà pagare la propria pensione. È chiaro, in particolare per le nuove generazioni, che si tratterà sempre più di una tragedia per tutta una serie di motivi. A partire dall’età di quando si inizia effettivamente a lavorare (purtroppo sempre più tardi nella migliore delle ipotesi), per le eventuali «finestre» nella copertura previdenziale che si potrebbero aprire (ad oggi sempre più frequenti) nel corso della carriera lavorativa e per l’esiguo ammontare finale che verrà riconosciuto al neopensionato. Ecco perché oggi, sempre più spesso, si dice che i nipoti si troveranno complessivamente a vivere peggio dei loro nonni (che peraltro sono già chiamati ad intervenire per sostenere i bilanci familiari dei figli). Il sistema, quindi, già non regge e reggerà sempre meno. La denatalità e l’emigrazione poi faranno il resto. Purtroppo il fatto che la nostra Repubblica non sia fondata sul lavoro (per come recita l’art. 1 della Costituzione), ma sulla clientela (vedi sopra Rumor) ha permesso non solo di condizionare negativamente il futuro di tanti italiani dal punto pensionistico, ma anche sulle condizioni di vita quotidiane. È innegabile, infatti, che lo Stato italiano a prescindere dal Governo in carica non riesca nemmeno a pagare gli interessi sul debito pubblico. Prova ne sia che quest’ultimo continua a lievitare. Se lo Stato fosse un’azienda privata chissà da quanto tempo i libri contabili si troverebbero già depositati in tribunale. Tuttavia è convenienza di tutti, ed in particolare dei creditori (le banche tedesche e francesi su tutti), non farci dichiarare falliti. Lo spettro del default è utilizzato solamente come spauracchio, in modo tale da tenere calmo il Governo nazionale di turno e la classica letterina che arriva ciclicamente dai vertici dell’Unione Europea ne è la riprova. La verità è, dunque, che siamo tecnicamente falliti e le pensioni da raggiungere sempre più tardi, da un lato, ed i vari «patti di stabilità» imposti agli Enti Locali, dall’altro, sono l’agnello sacrificale per mantenere buoni i tradizionali centri decisionali del potere. Cosa ci potrebbe aiutare, a questo punto, se non un ritorno, all’interno di un quadro europeo che sappia in ogni caso tutelare e valorizzare i singoli Stati, ad una maggiore sovranità nazionale?

 

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