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CRONACA DI UNA GIORNATA PARTICOLARE

DI UN POVERO MULO

Di Diego Bulgarella                                             ( PRIMA PARTE)

Correva l’anno 1899…

Vide da lontano il profilo di un calesse stracolmo di merce. Lo conduceva una figura amica, che si distingueva per la sua imponenza. Veniva trainato con molta fatica da un mulo che, a prima vista, doveva avere, a ben ragione, un diavolo per capello… anzi per … crine.

Lo invitò a salire sul calessino e, subito dopo, diede un piccolo cenno a “Nicolino”, facendogli balenare, sopra il paraocchi del “testale”, la frusta; questi, comprendendo al volo l’antifona, mise le ali ai suoi quattro zoccoli, correndo come poteva, perché limitato dal peso che doveva trascinare, che non era poco.

Nicolino era un povero mulo, anzi un povero diavolo, cui la sorte aveva attribuito, quel padrone, che in fondo, in fondo, non era male perché il foraggio quotidiano non glielo faceva mancare, ma col quale non era ancora riuscito a giungere ad un accordo sul modo di condurre, non solo in senso figurato, la “ carretta”. Senza invocare diritti sindacali, che, anche volendo, all’epoca manco si conoscevano, non gli sembrava equo venire portato a spasso trascinando oltre al peso, non indifferente, del padrone anche quello della merce schifosa che egli andava a prelevare da gente poco raccomandabile. Per non parlare di quei pizzichi che, di tanto in tanto, gli affibbiava con quell’arnese che faceva schioccare in aria e col quale, ne era certo, semplicemente lo incitava, senza altri fini di molestia, ma che gli rompeva ugualmente l’anima poiché era un continuo assillo! E poi perché non scendeva ad aiutarlo invece di starsene come un “beccafico” a godersi la scena?  Impegnò “Nicolino” oltre ogni limite della sua naturale sopportazione: il povero equino, sollecitato dallo schiocco della frusta, cominciava, infatti, a manifestare il suo stato di insofferenza, ansimando disperatamente e scalciando come un forsennato per rendere chiara la sua posizione di subordinato, ma anche di elemento indispensabile con il quale occorreva fare i conti!

  • Dai Nicolino! Non fare il furbo proprio ora che siamo nei guai! Dacci sotto e non fiatare, vola come il vento che, appena a casa, avrai doppia razione di biada!

Con queste parole Diego cercò di rincuorare il suo prezioso collaboratore, ben intuendo quali           fossero le intenzioni del quadrupede e le sue reali condizioni fisiche.

  • Ma guarda tu! – osservava il povero mulo, naturalmente tra sé e sé – mi porta da trascinare pure l’amico! Mi fa correre come un dannato e poi mi promette doppia razione di biada! Ma chi crede di fare fesso? Sono un equino caduto in bassa fortuna, questo sì, ma non l’ultimo degli scemi. Aspetta che mi vieni a tiro,  poi te lo darò io il benservito con un calcio ben assestato dove dico io!

Questo era il rapporto tra i due! D’amore e d’odio! Tuttavia nessuno poteva fare a meno dell’altro, come avviene anche nei rapporti tra le classi sociali degli uomini, dove la convivenza è fatta di sopportazione e dove si recita la commedia (o il dramma) che la vita riserva a quelli più umili per sbarcare il lunario.

Nicolino, nonostante la pressione fisica e psicologica alla quale venne sottoposto, capì bene che non era quello il momento giusto per il regolamento dei conti in sospeso con il suo padrone e decise di usare quel buon senso che molte volte sfugge agli umani ma che fa parte invece di quella dote atavica ereditata da tanti poveri animali, spesso più saggi di quanto possa trasparire dal loro umile e servizievole atteggiamento. Perciò decise di stringere i denti e di proseguire! Ma, accidentaccio, era una parola anche di stringere i denti con quell’arnese di ferro che gli attraversava la bocca e dalle cui estremità si dipartivano le redini! Per questo motivo masticò  ancor più amaro…

Poco dopo, raggiunsero la piazzola antistante Porta Grazia, dove ancora vi era un traffico di persone e di veicoli a trazione animale che venivano controllati in maniera più accurata del solito.

L’addetto, che conosceva il conducente, compreso l’animale, apostrofò in modo sarcastico:

  • Se non prendi provvedimenti, una di queste volte la merce dovrai trainartela da solo, perché questo ronzino allampanato non tarderà a schiattare per la fatica!

Mentre Diego abbozzò un sorriso di condivisione, Nicolino era dibattuto sul commento che era stato fatto, in quel frattempo, sulle sue prestazioni:

  • Bello sarà lui, ma vedi un po’ questi uomini! Appena ne trovi uno che ti è solidale, invece di portare argomenti più convincenti a tua difesa, subito fa lo iettatore! Ma vai a morire ammazzato tu e li mortacci tuoi! Chi credi di essere? Ronzino a me? Non sai che nelle mie vene scorre sangue nobile?

Probabilmente si riferiva alla giumenta che lo aveva partorito, alla quale era stato attribuito un nome che era tutto un programma: Regina! A causa del quale, nel mondo equino, erano argomentate le supposizioni più fantasiose.

Tutto ciò pensando, volle sottolineare con un gesto simbolico, ma eloquente, la sua personale opinione su quanto prima riferito: fece cadere un segno indelebile e abbondante della sua digestione, proprio nel mezzo della “Porta”, lasciando di sasso le guardie che affrettarono le operazioni per liberare la strada da quel quadrupede ineducato e mancante di riguardo! Anche se dovette subire qualche frustata, in quella circostanza Nicolino consumò la sua piccola grande vendetta. La guardia, infatti, intimò a Diego di togliere quelle schifezze dalla strada, per evitare danni maggiori, e di levarsi dai piedi. E quest’ultimo, suo malgrado, fu costretto a scostare con una pala, fornita per l’occasione, il frutto delle meditazioni del buon equino!

Quell’episodio, per quanto riprovevole, servì a togliere d’impaccio i due giovani che erano sottoposti alla verifica delle guardie e che poteva sortire in un esito non proprio voluto. Ma di questo non venne dato merito alcuno a Nicolino, anzi, a giudicare dai fatti concreti, gli fu addebitata una nota di demerito!

  • Appena arriveremo a casa, faremo i conti!

Fu questo il commento conclusivo e poco auspicante che Diego rivolse al suo subordinato. E Nicolino, preoccupato, non poté fare a meno di alzare al cielo l’acuto del suo raglio, per rendere evidente il suo stato d’animo. Subito dopo, sotto la minaccia della frusta che ad ogni schiocco faceva balenare al povero animale conseguenze più dolorose, presero il largo sino a scomparire dalla vista poco gradita delle guardie.

Seguirono la trazzera, ignorando le strade principali per evitare brutti incontri! Poi costeggiarono le pendici del Monte San Giuliano e si diressero verso Martogna, dove nel Convento di San Francesco, essendo Diego conosciuto, pensarono di chiedere ospitalità per quella notte.

Il mulo, povero diavolo, quando ebbe chiare le intenzioni dei suoi superiori (nel senso che stavano sopra il calesse), si avvilì ancora di più e non seppe a quale santo degli animali rivolgersi per chiedere la grazia di farla finita e di illuminarli sulla necessità di farlo rientrare nella sua … dolce… cara…sospirata stalla. Rimuginava sullo spergiuro del suo padrone che gli aveva promesso mari e …doppia razione di biada e invece lo stava ricompensando con un supplemento di lavoro straordinario! Così, con il diavolo a quattro, se ne veniva lemme lemme, conducendo fiaccamente i due che non si stancavano di chiacchierare e ai quali decise di non dare più      ascolto.

 

 

 

 

Martogna è un piccolo altipiano che si trova fuori mano, appena sopra le prime pendici del Monte San Giuliano, dal lato orientale della Città, che si adagia ai suoi piedi a forma di falce. Per raggiungerla, occorreva percorrere l’unica trazzera che, dalla spiaggia di San Cusmano, s’inerpicava impietosa verso la collina.

Quando il cammino si fece erto per la salita, i giovani dovettero scendere, perché l’animale si era rifiutato categoricamente di procedere, nonostante le minacce più o meno velate; proseguirono a piedi, arrancando e spingendo il calesse per alleviare in qualche modo la sua fatica.

La calura rendeva la campagna più inospitale e i viandanti madidi di sudore. Nemmeno un alito di vento alleviava il disagio della salita!

Apparve come un miraggio, al gruppetto, l’abbeveratoio che si stagliò all’improvviso dietro un curvone! Una sorgente vicina lo alimentava e le sue acque, limpide e fresche, poterono ristorare i giovani stremati ai quali non parve vero di buttarvisi dentro con tutti i vestiti. Nicolino, che aveva pregustato tutto quel ben di Dio solo per sé, meditando sull’ingratitudine umana, si accostò ad un angolo e bevve, bevve… finché poté, anzi sin quando della cosa si accorse Diego che, preoccupato per le conseguenze che potevano capitargli, gli diede una smanacciata sul muso per interrompere l’estasi in cui il quadrupede era piombato.

Dopo qualche minuto di pausa, intrapresero di nuovo a percorrere la trazzera in salita che li condusse, al calar del sole, all’ingresso del Convento.

Il disco fiammeggiante del sole si mostrò in tutta la sua maestosità mentre, in modo quasi impercettibile, si calava sulle acque azzurre di quel mare, che sembrava attenderlo nel suo orizzonte indefinito e misterioso!

Arrivarono finalmente al convento, ma dovettero lasciare fuori il “povero” Nicolino. Messo in libertà dall’ingombrante calesse e dal suo insopportabile carico, anche se legato ad una lunga corda, non stava nella pelle!  Si dette subito da fare per mangiare un po’ di quell’erba che la Provvidenza gli metteva a disposizione tutt’intorno. Finalmente un po’ di pace e, soprattutto, un intero pascolo a sua disposizione!…….

Nicolino non stava nella pelle! Finalmente qualcuno che ragionava!

Quella sera si addormentò stanco ma sazio e poté dormire in santa pace…

 

 


 

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