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LA BUROCRAZIA ITALIANA, ZAVORRA DELLA OPERATIVITA’

DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

La “burocrazia italiana” costituisce da sempre la “zavorra della operatività” della pubblica amministrazione. – E’ una realtà conosciuta in Europa e nel mondo.- Una realtà che “condiziona” non solo la vita amministrativa del Paese. Ma “crea remore” nel settore commerciale, nelle attività di interscambio internazionale, negli investimenti economici da parte di società di altri Paesi.
La burocrazia italiana ritarda qualsiasi attività.

Basti pensare che “i pagamenti delle prestazioni” da parte delle imprese e dei professionisti in genere vengono fatti dopo oltre un anno, in media. Questo ritardo finisce col cagionare “dissesti, fallimenti, cessazione” di attività imprenditoriali o professionali. “In Europa” tali pagamenti vengono effettuati obbligatoriamente entro un mese e tale termine, per legge, dovrebbe essere rispettato anche in Italia.

Ma il disservizio ormai atavico è costituito dal “silenzio della pubblica amministrazione” riguardo alle istanze, alle richieste, alle domande, in genere, del cittadino.

Non è un problema nato oggi o ieri. Dalla Unificazione del Regno d’Italia, la burocrazia italiana non ha mai avuto rispetto per il cittadino.

Trattasi di una “incivile, non democratica abitudine” di non fornire una risposta, di qualsiasi genere, al cittadino utente, che abbia richiesto una qualsiasi prestazione.

E’ una abitudine stantia, inveterata, quasi incancrenita della Burocrazia italiana.

E’ un comportamento sotto-culturale, tipico, specie nelle regioni del centro sud d’Italia, di chi detiene “il potere”.

Un potere malinteso esercitato o usato contro il cittadino-suddito o “pessimo cittadino”, perché subisce e non impara ad esercitare i propri diritti.

Per esempio, denunciando tutti i ritardi, le omissioni, le inottemperanze, i disservizi.

II

Contrariamente all’opinione più diffusa, la “arroganza di potere della burocrazia” non deriva da una sotto-cultura di origine borbonica, atteso che, dopo adeguata revisione storica, i Borboni erano “sovrani illuminati” e, per i loro tempi, liberali e progressisti.

Le ragioni di tale comportamento arrogante, dell’abuso di potere, del comportamento omissivo degli atti pubblici, possono essere le più varie.

Il funzionario o l’impiegato o l’addetto al servizio non degnano il cittadino di una risposta perché “il carico di lavoro eccessivo e la carenza del personale” non lasciano margini di tempo per farlo.

Almeno, questa è la comune e generalizzata giustificazione che viene fornita alla contestazione delle inadempienze.

Ovvero, il funzionario o l’ufficio vivono in una “palpabile disorganizzazione”, che non consente l’uso e la cura di un “calendario delle scadenze” delle varie istanze, utile e necessario, fondamentale, per il rispetto dei termini, che la legge amministrativa e, a volte, anche quella penale, fissano e impongono.

Quando a volte capita di accedere in un ufficio pubblico, “è facile notare fascicoli, carpette, carte volanti accumulati alla rinfusa su scrivanie sino a coprire la figura del titolare”, che non sa “dove mettere le mani”.

 

Il “fenomeno dei ritardi e della inadempienze può, però, essere conseguenza della arroganza” del dirigente, del funzionario, del semplice impiegato, che attribuiscono al proprio ruolo e al proprio “malinteso potere” tanta considerazione da trascurare le istanze del cittadino, “povero mortale e suddito indifeso”.

Le “spiegazioni” di una “burocrazia ritardataria e inadempiente” possono essere tante, ma tutte, comunque, censurabili, senza eccezione.

III

Questo abusivo comportamento della burocrazia non aiuta certamente la “crescita democratica” del cittadino, il quale, nella maggior parte dei casi, resterà fermo nella convinzione di suddito che “il favore di una risposta” da parte della Pubblica Amministrazione va conquistato attraverso la raccomandazione, attraverso l’intervento di un amico, di un politico, una volta (si spera) di un mafioso, attraverso il “clientelismo politico”.

Quante volte il “quisque de populo” chiede: “In quell’ufficio conosci qualcuno, che possa aiutarmi ad ottenere il favore di una pubblica prestazione?”

Vale a dire che il cittadino, non ancora maturo democraticamente, perché sconosce i propri diritti e i propri doveri, resterà un “pessimo cittadino”, cioè “un suddito”.

Va riconosciuto che, a volte, le istanze del cittadino possono apparire e sono infondate, speciose, banali, addirittura assurde.

Ma hanno sempre diritto democraticamente ad una risposta, positiva o negativa, favorevole o di rigetto.

Il “concetto di democrazia” significa e comprende soprattutto questo.

Quasi sempre, “una risposta”, non necessariamente favorevole, tranquillizza le menti, appaga un bisogno, un’ansia, una preoccupazione.

Caratterizza, anche, chi la fornisce come “persona civile, democratica, rispettosa dei propri compiti e dei diritti o aspettative altrui”.

Tutta la legislazione degli ultimi decenni appare improntata al “principio della considerazione del cittadino”, singolo o associato, come titolare di un “diritto di partecipazione al procedimento amministrativo”, del “diritto di accesso ai documenti della Pubblica Amministrazione”, del “diritto di informazione”.

Resta, pertanto, necessario ed opportuno che gli organi di indirizzo politico, i Dirigenti, i responsabili di un sevizio pubblico fissino per il personale burocratico “regole di rispetto” del principio che al cittadino-utente va data, in ogni caso, una risposta, di qualsiasi tipo, ma adeguatamente motivata.

IV

La conseguenza principale del comportamento arrogante, omissivo, ritardatario del personale burocratico consiste nella crescita del fenomeno del “clientelismo politico”.

Il cittadino persevera nella convinzione che, per ottenere una prestazione pubblica, occorra rivolgersi all’amico, al politico, al mafioso.

Rimane, inconsapevolmente, “vittima di una cultura mafiosa” in senso lato.

Non cresce democraticamente, rimane “pessimo cittadino”, convinto di potere conseguire qualsiasi risultato con la raccomandazione.- Vive e si comporta come se le “regole di convivenza civile” non esistessero-. Inoltre, pensa di comportarsi da “furbo”, da “uomo che sa il fatto suo”, “che sa vivere”.

Ignora che ogni suo comportamento in violazione delle regole sociali incrementa e cronicizza la “piaga sociale” della “mancanza di senso civico”.

La mancanza di senso civico mortifica la cultura, il merito, la correttezza, l’onestà intellettuale. Produce mediocrità.

Quella mediocrità, che “caratterizza il funzionario o l’impiegato arrogante”, che non solo non risponde al telefono, non riceve il cittadino istante, diserta l’ufficio, tanto c’è sempre l’amico o il collega, pronto a coprirlo con la frase abusata: “E’ in amministrazione, ma momentaneamente fuori ufficio”.

Quella mediocrità che “lo autorizza ad attaccare dietro la porta dell’ufficio tutti i titoli universitari, di cui dispone”, e di celare l’ignoranza, le incapacità, la maleducazione e la mancanza di rispetto che lo caratterizzano.

Quella mediocrità che gli consente di rispondere ipocritamente al cittadino, che lamenta un “disservizio o la interruzione abusiva e priva di spiegazione di un servizio pubblico, che si trascina da mesi, a volte da anni”: “Ma sa, tutti hanno fretta, io non so dove mettere le mani”.

Francamente, la Costituzione Repubblicana aveva promesso una vita democratica fondata sul lavoro e sul merito, diversa da quella reale.

P.A.


 

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