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di Alberto Barbata

(parte prima)

La cosa che più affascina agli inizi del nuovo secolo risiede nell’intatta immagine

della città che è rimasta ancora uguale ed identica a quella degli inizi del secolo XIX,

alla fine dell’ancien règime, come si può evincere dalla descrizione esistente in un

documento conservato negli Atti del Senato di Trapani, presso la Biblioteca

Fardelliana. Negli Atti del Senato (carpetta 19 verde) vi è un documento di 235

pagine, particolarmente utile ed estremamente interessante per la dettagliata

descrizione delle sue Isole edilizie e della conoscenza dei padroni delle case e palazzi

con numerazione specifica. La relazione è contenuta anche in maniera più semplice e

meno diversificata all’interno del manoscritto n. 199 del 1810, Trapani Profana,

opera del Padre Benigno da Santa Caterina, un conventuale intelligente che aveva

descritto la sua città in tutte le sue espressioni, sia artistiche che civili.

Il Benigno nel capitolo secondo foglio 46, parlando della “Situazione di Trapani”,

descrive la città nei quartieri del tempo, assegna al Re Giacomo d’Aragona

l’ingrandimento della città medievale, la nuova fortificazione del Castello di terra,

con l’aggiunta delle contromura, il Fosso, il Rivellino e le due Porte ed inoltre,

importante evento, l’edificazione della Rua Nuova (odierna via Garibaldi) . La

forma della città era quadrangolare ed i primi due quartieri erano il <<casalicchio ed

il quartiere di mezzo >>.

Tuttavia la migliore divisione in quartieri fu realizzata, secondo Benigno, dal

Colonnello degli Eserciti di Sua Maestà il Cavaliere don Gaspare de Micheroux ,

governatore della piazza d’armi della città di Trapani nell’anno 1804. Don Gaspare

divise la città in cinque quartieri ovverosia “il quartiere della Giudecca, il quartiere

dei Biscottari, il quartiere della Rua Nuova, il quartiere della Loggia ed il quartiere

delle Botteghelle”. E’ chiaro che le denominazioni subiscono modifiche e

ridenominazioni secondo gli scritti degli autori nel tempo. Certamente nessuno potrà

modificare mai il toponimo “casalicchio” per definire il quartiere di san Pietro e

nessuno potrà mai dimenticare che nel quartiere Palazzo, in fondo alla via Carolina,

esistevano un tempo cave da cui si estraeva una pietra dura di colore grigio (pietra

palazzo o rosone) con la quale si costruivano fondamenta, angoli e rivestimenti

ornamentali, come porte, colonne, fontane, architravi di edifici pubblici o religiosi.

La pietra Palazzo servi a costruire nel 1758 la scala monumentale della reggia di

Caserta. E’ chiaro che Trapani è una città con le mura, con le sue porte che a sera

chiudono, con ponti levatoi e ponti. La porta chiusa a sera costrinse un viaggiatore

straniero nel 1822, un nobile russo, Abramo Norov, a dormire davanti il portone

avvolto nel suo mantello. E’ giusto ricordare che questa porta, costruita con la pietra

fortissima detta “rosone”, veniva denominata “Porta Borbone”. Un ponte a tre archi,

che unisce il fosso alla Porta , introduce ai due corpi di guardia, cinto il secondo da

cannoni di grosso calibro. Il Benigno descrive poi la porta Ferdinanda, molto

adornata con sei trofei militari sempre della stessa pietra “Rosone”. Si potrebbe

continuare a lungo nel descrivere la città, occorre leggere attentamente l’opera del

Benigno, ma l’economia di questo micro saggio non lo consente. La descrizione delle

isole edilizie e dei quartieri venne riproposta poi dal Cutrera ed infine dalle due

ricercatrici Sara del Bono ed Alessandra Nobili nel volume “Il divenire della città”

(Trapani, 1986).

Agli inizi del novecento la situazione era cambiata sostanzialmente anche se

apparentemente non sembrava. Dopo l’Unità d’Italia, infatti, con la fine della

condizione di Trapani come piazza d’armi, un avvenimento aveva sconvolto il piano

urbanistico della città: l’arrivo a Trapani di un personaggio particolare, un ingegnere

veneziano, il Talotti. L’ingegnere veneziano sconvolge l’assetto secolare di Trapani

e convince gli amministratori trapanesi a seguirlo nelle sue ipotesi e convincimenti.

Ne sono testimonianza le deliberazioni municipali, conservate nell’archivio storico

del Comune. Vengono abbattute le mura della città, della Trapani fortificata nel

periodo aragonese. Tutte le mura di mezzogiorno spariscono, eccetto il bastione

dell’Impossibile, perché aveva inglobato nel contempo tutte le casematte, ovvero le

officine e i laboratori artigianali dei tornitori e dei meccanici del mare. Queste case

matte rimasero intoccate per oltre un secolo, fino a quando di recente non sono state

abbattute per il restauro ed il ripristino del bastione, in occasione dell’evento, dicono,

dell’American Cup. Nel mare occidentale di tramontana, si salvò soltanto il bastione

Imperiale e Sant’Anna perché anch’esso inglobato all’interno di strutture edilizie

utilizzate per magazzini demaniali. Fu uno scempio. Invero la città si apriva alla

campagna e si apriva a nuovi orizzonti.

Non era necessario, però, abbattere quelle mura. Immaginate città come Lucca o

Carcassonne senza le loro mura, ma noi al sud non avevamo disponibile un architetto

come Viollet Le Duc. La città stava subendo un’invasione. Si andavano inurbando,

dopo l’Unità, centinaia se non migliaia di cittadini provenienti dalle zone suburbane

ed agricole della banlieue del trapanese: campagnoli per lo più dell’agro ericino e

pacecoto, ed inoltre abitanti di città ex demaniali come Salemi, o di borghi ex feudali

come Vita, Calatafimi o dell’agro belicino. Fu un’invasione di grassi borghesi, di

gabelloti, di ex censisti, soprattutto di personaggi e famiglie che avevano acquisito

fondi rurali nelle aste e vendite giudiziarie di tutte le terre e beni già appartenuti alla

Chiesa. In base alla legge sulla vendita dell’asse ecclesiatico quei beni erano stati

accaparrati da una miriade di famiglie di parvenus. E’ chiaro che tutte queste famiglie

sarebbero salite economicamente e socialmente sulla base di alleanze matrimoniali

ben oculate. Si apriva, dicevamo, la città alla campagna perché la via G.B. Fardella,

nuovo asse viario, era costituito da orti e piccoli campi incolti. Non tutte le strade

laterali sarebbero state costruite subito, ci vollero ancora alcuni decenni per realizzare

completamente il nuovo impianto urbano. Intorno agli anni venti, tuttavia, erano state

costruite case di civile abitazione e palazzine di ottima fattura, realizzate dalle

maestranze di muratori e appaltatori trapanesi. Dalla Loggia attraverso la via Gallo

(odierna via Libertà) e la via Tintori e percorrendo la “Ranova”, si arriva alla piazza

Cavour e il viale regina Margherita per entrare nella grande piazza Vittorio Emanuele

e poi infine in via Fardella.

Leggendo gli atti demografici del Comune si può comprendere l’assetto delle

famiglie e delle loro case e palazzi ma è un’impresa eccezionale e di grande portata.

Una soluzione intermedia è costituita dalla lettura dei registri antichi delle parrocchie

della città ( San Pietro, San Nicola e San Lorenzo) che riportano notizie utili alla

ricostruzione della società trapanese. Tuttavia esistono all’interno delle parrocchie dei

registri particolari, di “Numerazione delle anime” che ricalcano vagamente i Riveli

del Regno di Sicilia (carte o dichiarazioni del reddito e delle anime) che si

presentarono fino al 1813-1815. La numerazione delle anime di una parrocchia era

una registrazione sommaria ma utile, perché non solo erano numerate le famiglie ma

anche le persone di servizio, governanti, balie, camerieri. Inoltre nel registro veniva

indicata l’età delle persone, per cui era più facile il riconoscimento dei gruppi

familiari.

Leggere gli atti dello Stato Civile di Trapani, messi a disposizione dagli Archivi di

Stato, è un’impresa in apparenza disperata, ma non impossibile. La loro lettura, la

loro osservazione dà una grande possibilità, quella di conoscere la famiglia trapanese

e le professioni dei suoi abitanti, attraverso un esame anche attento della

toponomastica civica ed i suoi mutamenti. Ma cos’erano queste case, queste strade e

queste famiglie ? E’ una città sostanzialmente povera, ancora priva di molte

infrastrutture elementari, con una perenne penuria di acqua. E’ una città di pescatori e

di salinai, almeno per il 70% . Pescatori e marinai, naviganti e addetti al settore,

costituiscono l’essenza della città, quella città che il geografo Cluverio definiva fatta

di “nautae” fra i migliori del Mediterraneo.

In verità i salinisti sono la struttura portante della città, sono gli eredi della vecchia

nobiltà che ha perduto tutto, beni e palazzi, lasciando qualche spazio ad alcune

alleanze matrimoniali che hanno salvato qualche antico brandello della vecchia

società. Sono famiglie che hanno dovuto combattere alla fine dell’ancièn regime con

la vecchia mastra nobile difesa, come già segnalato dal Burgio di Xirinda. Sono i

proprietari e i castaldi di salina i veri padroni della città: sono i D’Alì, gli Adragna, i

Gianquinto, i Vasile, i Piacentino, i Virgilio, i Cardillo, i Prestigiovanni e pochi altri.

Sono questi castaldi che faranno studiare nelle università del meridione (Palermo e

Napoli) i loro figli e nipoti e li faranno divenire medici e avvocati, e ragionieri.

Trapani è una città piena di avvocati, farmacisti e medici chirurghi. Ma anche dei

nuovi mestieri, dei ragionieri ed infine sarà una città piena di automobili e quindi di

chauffeurs, la nuova professione ricercata. E’ finita l’epoca dei cocchieri (Ciolino e

altri) e delle carrozze; le ultime condurranno le vecchie nobildonne che non si

rassegnano e che hanno paura dei nuovi mostri d’acciaio.

 

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