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Solo contro tutti:

un cammino disseminato di trappole

di Michele Rallo

IL DRAMMA DI ZARA

Mentre alla Conferenza della Pace di Parigi il presidente americano Wilson stroncava gli ultimi balbettamenti di Nitti sulla questione fiumana, Gabriele D’Annunzio alzava il tiro: imbarcava un piccolo corpo di spedizione e, il 14 novembre 1919, sbarcava a Zara, di fatto occupandola ed annettendola a Fiume.

Apro una necessaria parentesi: il Patto di Londra (1915) aveva attribuito all’Italia la Dalmazia settentrionale, ma dopo la guerra l’ineffabile Wilson aveva insistito perché la regione fosse assegnata alla Serbia. All’Italia – in quel tempo – era rimasta solo la città di Zara, presidiata dalla nostra Brigata “Arezzo” e praticamente assediata dai serbi. Roma aveva nominato un “Governatore militare della Dalmazia” nella persona dell’ammiraglio Enrico Millo di Casalgiate (l’artefice dell’impresa dei Dardanelli nel 1912), ma questi non aveva potuto far altro che accogliere ed assistere i profughi italiani che giungevano in città dal resto della Dalmazia occupata dai serbi.

Orbene, era in questa Zara assediata che adesso giungeva D’Annunzio, con il proposito di utilizzare la città come punto di partenza per la riconquista della Dalmazia settentrionale. Il Comandante era accolto dal delirio della popolazione, che finalmente vedeva un segnale rassicurante. Ad accoglierlo a braccia aperte era anche l’ammiraglio Millo, che telegrafava a Roma: «Ho dato la mia parola di soldato che la Dalmazia del patto di Londra non sarà abbandonata.».[1]

C’era di che inquietare Wilson e Nitti.

 

 

ELEZIONI:

LA VITTORIA DI NITTI

Ma in Italia lo schieramento filodannunziano ed antinittiano non traeva beneficio dal clamoroso colpo di Zara. Alle elezioni politiche che si svolgevano due giorni dopo, il 16 novembre, gli eterni “moderati” (e cioè una metà circa del corpo elettorale italiano) non prendevano neppure parte, disertando le urne e lasciando campo libero all’elettorato cattolico e socialista. Cosa gravissima, perché quelle elezioni erano sostanzialmente un referendum pro o contro Nitti, ma anche pro o contro Wilson, pro o contro l’accettazione dell’esclusione dell’Italia dai benefici della vittoria.

Il risultato che usciva dalle urne era esattamente il contrario di quanto D’Annunzio e i suoi sostenitori si attendevano. L’insieme delle liste centriste, legate ai notabilati locali e alle diverse sigle liberaldemocratiche, mantenevano a stento uno striminzito primato, ottenendo 179 seggi su 500 (ne avevano in precedenza 310). Ma la maggioranza assoluta dei votanti sceglieva due “partiti di massa” che – sia pure in misura diversa – erano sostanzialmente favorevoli al governo Nitti e contrari all’avventura fiumana: il 32% e 156 seggi andavano ai socialisti, il 20% e 110 seggi ai cattolici “popolari”. L’estrema destra si presentava frammentata e otteneva risultati disastrosi; lo stesso Mussolini, candidato a Milano, non veniva eletto.

Ne derivava che Nitti si sentisse più forte, e gli alleati ed i serbi più tranquilli. Viceversa, il risultato elettorale determinava scoramento a Fiume, dove i circoli più moderati dell’ambiente dannunziano si convincevano che pensare di ricongiungere la città all’Italia fosse ormai impossibile e che si potesse solo tentare di salvare il salvabile. Le stesse cose pensava una parte ragguardevole della popolazione fiumana, oramai convinta che si potesse – tutt’al più – tentare di perseguire una soluzione “autonomista” che ponesse Fiume su un piano di terzietà fra Italia e Serbia. Ciò spiega perché, quando poco più tardi inizieranno le trattative per il famigerato “modus vivendi”, alcuni elementi di spicco dell’entourage dannunziano, come Giovanni Giuriati, vi si aggrapperanno disperatamente. D’Annunzio – viceversa – fiuterà sùbito la trappola, e vi si opporrà senza tentennamenti.

 

 

IL “MODUS VIVENDI”

E veniamo al “modus vivendi”: questo era una proposta di compromesso che – all’indomani delle elezioni – Nitti faceva pervenire a D’Annunzio pel tramite del Capo di Stato Maggiore, il generale Pietro Badoglio. L’offerta del governo italiano – chiaramente in malafede perché in contrasto con il diktat ineludibile di Wilson – prevedeva che Fiume venisse annessa all’Italia, ma solo quando ciò non avrebbe costituito più «insuperabile ostacolo al conseguimento dei frutti della vittoria» nonché «grave pericolo per la pace nel mondo» e addirittura «per l’esistenza della patria». Nelle more che questo fantomatico momento magico giungesse, i legionari avrebbero dovuto naturalmente lasciare Fiume nelle mani del governo italiano, che ne avrebbe garantito l’autonomia fino al momento dell’auspicata annessione. In realtà, il governo italiano avrebbe semplicemente consegnato la città agli Alleati, per il di più a praticarsi.

Era con ogni evidenza una proposta-trappola, e neanche tanto raffinata. D’Annunzio la lasciava semplicemente cadere, non formulando una risposta entro la scadenza prevista del 21 dicembre.

Inviava un messaggio-convocazione al sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris: «La rottura sembra inevitabile. Credo necessaria la tua presenza e la tua assistenza. Tu potrai rendere un altissimo servigio alla nostra causa. Ti aspetto».[2]

Era lo snodo fondamentale della vicenda fiumana: si concludeva il periodo Giuriati e si apriva il periodo De Ambris, finiva la fase non eversiva del moto dannunziano e se ne apriva un’altra, caratterizzata dalla costruzione di uno Stato ideale rivoluzionario, nazionalista e corporativista che si sarebbe proposto a tutta Italia come modello per un futuro assetto politico dai tratti fortemente autoritari e innovatori.

 


[1] Mario LAZZARINI:  L’impresa di Fiume. Italia editrice, Campobasso, 1995.

 


 

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