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di Diego Bulgarella

Una serata all’ “Opera dei pupi”

 

 

All’orario convenuto venne Diego per condurre la ragazza all’ “Opera dei pupi” come promesso.

I due, accompagnati dall’inseparabile ed inevitabile “sentinella”, Rosalia (sorella minore di Anna), si diressero, imbacuccati con cappotti e scialle, mentre imperversava la tramontana, lungo le viuzze laterali del centro, che attraversarono di gran fretta, nella penombra.

Arrivati nella via Serisso, dove si trovava il locale della rappresentazione, appena alle spalle delle “mura”, si avvertì un intenso odore di caccavetta e simenza (ovverosia di arachidi e di semi di zucca salati e abbrustoliti), che raggiunse il terzetto. Rosalia manifestò subito il desiderio di averne un po’, per consumarle durante lo spettacolo.

Così Diego, con la solita pazienza, acconsentì e si accostò alla bancarella, semovente a due ruote, attorniata da un nutrito gruppo di persone, sopra la quale, alla rinfusa, spiccava una montagna di semi e di “noccioline americane”, che simulavano una cascata, così fragranti, da suscitare un’irresistibile voglia di metterli subito in bocca!

Poco dopo, ciascuno munito del suo bel saccoccio di semi, arrivarono all’ingresso del “Teatrino dei pupi”, reso visibile da una coreografica ed intensa luminosità creata da una serie di luci a gas, disposte ad arte.

Sui due lati dell’ingresso, le locandine che annunziavano, da un lato, lo spettacolo della sera, dall’altro quello dei giorni successivi:

 

“ Teatro del Pupi – Via Serisso”    -    3 febbraio 1892 -

“ 2 grandiosi spettacoli:

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori,

le cortesie, l’audaci imprese io canto………

**********

“ Ruggero libera la bell’Angelica”

**************

a seguire:

“Fatti nostri: la battaglia di Nunzio Nasi contro i nemici saraceni

“(Giolitti e compagnia bella)”

 

Dopo aver fatto i biglietti, all’ingresso della sala, i tre furono attratti dalla curiosa presenza di una scimmietta poggiata su un piedistallo che, dietro un segnale convenuto del padrone, sistemato a fianco, sfilava un bigliettino in mezzo ad una sfilza di foglietti variopinti e lo porgeva a quest’ultimo, che ripeteva, prima una sorta di proclama, poi con dire enfatico, un  racconto alquanto improbabile, per richiamare l’attenzione dei presenti:

“Franca, è la bertuccia del Ronco trapanese, che tutto indovina: lettere “ritardate”, fidanzamenti, matrimoni buoni e falliti, dispersi in guerra, carcerati, afflitti e….disgraziati.

“Un grana, solo la domanda, due grana domanda e risposta! Per due grana “non c’è bisogno del consiglio di famiglia!!!!! Venghino signori….”

Subito dopo, raccontava che la sua “Franca”, a suo dire aveva più….. di cento anni e che , molti anni prima, durante un viaggio in Africa di suo padre, era riuscita a far perdere le sue tracce in mezzo alla foresta, ma gli amici beduini, riconoscendola, gliel’avevano portata indietro e, da quel momento, erano sorte nella bestiolina le capacità premonitrici del futuro!

Anche quella volta, pressato dall’insistenza di Anna, il buon Diego dovette soccombere e, scucendo quattro centesimi, ottenne che il Ronco richiamasse la bertuccia:

- “Fidanzamenti”………., Franca, fai la brava, questi giovani hanno bisogno che tu indovini il loro futuro…..”fidanzamenti”……

Subito dopo la scimmietta ben addestrata, con meraviglia delle persone, si diresse verso i bigliettini di colore azzurro e ne prelevò uno che, con mossa rapida, consegnò all’uomo.

Questi, come a voler richiamare l’attenzione dei presenti sulla perizia dell’animaletto, sottolineò che l’azzurro era effettivamente il colore dei foglietti che si riferivano a quel ramo del ”fato” dell’uomo che si chiama fidanzamento. Poi, con sicumèra, poggiò nella mano di Anna il foglio colorato, piegato in quattro parti, non senza averle indirizzato una specie di riverenza.

La giovane, presa da un’insolita smania di aprire un varco sulla conoscenza dei suoi giorni futuri, per un attimo mise da parte il suo naturale realismo e si abbandonò a quella finzione. Aprì lentamente il bigliettino, mentre Diego e Rosalia, fingevano indifferenza, ma in effetti non stavano nella pelle per sapere ciò che esso custodiva!

*  *  *  *  *  *

Quannu l’amuri voli, trova locu

(quando l’amore vuole, trova luogo, riesce a superare gli ostacoli)

Cù havi manu friddi è ‘nnamuratu,

Cù havi manu cauri è ‘ngarzatu

(Chi ha mani fredde è innamorato, chi ha le mani calde tiene l’amante)

Ziti a vasari e babbaluci a sucari

su’ cosi chi nun ponnu mai saziari

(Fidanzate da baciare e lumache da succhiare

son cose che non possono mai saziare)

Matrimoni e viscuvati

di lu cielu sù calati

(Matrimoni e vescovadi sono voluti dal cielo)

Cu havi bedda la muggheri sempri canta,

cu havi assai dinari sempri cunta

(Chi ha bella la moglie sempre canta,

chi ha molti denari sempre conta)

Cu havi mugghieri allatu

sta sempri travagghiatu

(Chi ha moglie a lato sta sempre tribolato)

*  *  *  *  *  *

Apriti cielo! Dalle frasi così generiche, che traevano spunto dai proverbi dialettali, nacque fra i due ragazzi una discussione, talmente animata, che richiamò l’attenzione di tutti, ma la cosa non turbò più di tanto l’allegra compagnia che continuò, imperterrita, a dissertare su questo o su quell’altro punto messo a fuoco.

- Più tardi, quando saremo soli, mi spiegherai perchè le tue mani sono così calde, mentre le mie sono freddissime.

Così irrompeva Anna verso il povero Diego che, tutto compito, la teneva a braccetto! A darle man forte intervenne pure Rosalia:

Diego cercava di difendersi come meglio poteva da quelle lame affilatissime che lo circondavano, perciò prima si rivolse a Rosalia facendole cenno, più coreografico che altro, di uno scapaccione che voleva affibbiarle e, nello stesso tempo, ammonendola:

- Tu stattene in silenzio, piccola peste! Fai pipa! Non conosci l’altro proverbio?: Tra mogghi e maritu ‘un mettiri ditu!

Poi, come aveva fatto mille altre volte, in segno di affettuosa condivisione, le poggiò il braccio destro sulla spalla e, con una naturale effusione, l’accarezzò. Lei, stando al gioco, agevolò quel gesto affettuoso, che volle sigillare l’armistizio.

Presi dalla disputa suscitata dalle parole, invero molto vaghe, del bigliettino azzurro della bertuccia “Franca”, seguirono per inerzia la fila delle persone che si immettevano nella grande “sala” e, quasi senza accorgersene, si ritrovarono nel settore dei primi posti, dove trovarono spazio in quarta fila, abbastanza vicina al palcoscenico.

Qui, poco dopo, dovettero tacere perchè suonò per tre volte la campanella, che dava il segnale d’inizio dello spettacolo.

Com’era solito, a quelle manifestazioni partecipava un pubblico variegato, per la maggior parte non propriamente raffinato, e tuttavia molto erudito sulle storie rappresentate, in cui si raccontavano avventure, tanto fantastiche quanto improbabili, dei “paladini” di Carlo Magno, eroici difensori dei valori e dei territori della cristianità dai saraceni che, avendo invaso quasi per intero la penisola iberica, irrompevano sugli ultimi baluardi dell’esercito francese, dopo la disfatta di Roncisvalle.

Poiché quel pubblico seguiva da tempo, anche dagli anni precedenti, le sceneggiate con i “pupi” (che si richiamavano molto da vicino alle vicende raccontate dai “cantastorie”), era conoscitore profondo dei minimi particolari delle storie proposte e, pertanto, erano guai seri per don Filiricu ( don Federico), il “dicitore”, se, anche per distrazione, sgarrava di una virgola i particolari delle vicende che si intrecciavano sulle alterne fortune dei suoi cavalieri.

Allo schiamazzo incontrollato, fece seguito un brusio, come sottofondo dell’atmosfera fantastica che si stava realizzando, con l’aprirsi del piccolo sipario e con l’affacciarsi delle comparse.

Quel brusìo era anche alimentato dal caratteristico masticare delle noccioline appena comprate.

Al buio, una voce roboante fece la sua introduzione:

“Stamani, damigelle gentili e cavalieri ardenti,

“m’accingo ad intrattenervi su Rinaldo e sui suoi combattimenti,

“ond’egli volea rintracciar l’inafferrabile Angelica

“che, nella selva di Parigi, con Medoro avea trovato l’America!

“E poi d’Orlando io v’ho a render ragione

“da quando, disperato amante, a lui pazzia s’impone.

“E grande fu d’Astolfo il travagliar,

“che sulla luna con l’ippogrifo andò a volar,

“onde recuperar lo smarrito senno

“d’Orlando furioso, cavaliere ardito di Carlo Manno!….”

E così, per qualche minuto, quella voce sciorinò versi che si rifacevano a quelli dell’Ariosto.

Il “dicitore” era il personaggio chiave della rappresentazione, assieme al “puparo”. Era molto pratico di quel mestiere, perchè doveva sincronizzare il suo dire con i movimenti dei “pupi”, altrimenti si sarebbe perduto l’effetto scenico, con il risultato di ricevere la disapprovazione verbale del pubblico, con fischi, urla ed atteggiamenti vari poco edificanti. Si serviva di un canovaccio, che riempiva con battute in versi, spesso, improvvisati.

Immedesimandosi nelle vicende narrate e recitando a soggetto, riportava versi mille volte recitati, ma abbelliti ed enfatizzati ad arte, in ogni occasione.

Il “puparo”, invece, era la persona che, sistemata su un piedistallo, mimetizzato sopra la scena che si rappresentava, attraverso una specie di pozzetto, agitava, spesso contemporaneamente, i fili che tenevano i pupi, ma anche le aste che si diramavano dall’alto e che muovevano le loro braccia, procurandone l’animazione, come lo sguainare della spada che distribuiva fendenti a destra e a manca, ovvero, con l’altra mano, a parare i colpi dell’avversario, con lo scudo.

Naturalmente, quando la scena mostrava la presenza di più personaggi che interagivano contemporaneamente, interveniva in ausilio del “puparo”, qualche volenteroso, che si cimentava, per diletto, nella rappresentazione.

Nelle scene più semplici, in cui compariva una sola figura o in quelle dove s’intrecciavano dialoghi a due, il “puparo” ed il “dicitore”, spesso coincidevano in una sola persona.

Comparvero i primi “pupi”, con i loro costumi variopinti e le armature sfolgoranti, per riassumere le puntate precedenti. Subito dopo iniziarono le nuove avventure degli eroi prediletti, nei quali s’immedesimavano gli spettatori, che vivevano, in prima persona, le fantastiche cavalcate o le gesta eroiche, tenendoli lontani, per qualche tempo, dai loro pensieri e dai problemi che assillavano il loro vivere quotidiano.

Tra applausi, sorrisi e grida di meraviglia, Diego ed Anna vivevano la scena, assieme a qualche momento di intimità, nella penombra ed in mezzo ad un pubblico assorto in tutt’altre faccende, con timidi accenni ad effusioni amorose.

La loro “sentinella” era distratta, con molta probabilità volutamente, da altri interessi oltre a quelli dello spettacolo.

Infatti, nelle vicinanze stazionava un giovane birbantello, che già in precedenza aveva manifestato concretamente il suo interesse per la ragazza.

Una nuvola di fumo di pipe e di sigari accesi, era ferma sopra i presenti, abituati a quell’odore acre ed intenso, mentre il “dicitore” procedeva imperterrito nel suo dire:

Al che, l’attento pubblico che, da un bel po’, aspettava che il forbito dicitore cadesse nella sua stessa rete d’enfasi oratoria, gli lanciò, prima qualche isolato richiamo, poi più consistenti e fragorosi epiteti:

“Quinci Ruggier sguainò la fida durlindana

“e quindi un fellone avverso corse lungo la duna.

“Quivi lo attese al varco, su in alto,

“un esercito di tremila fanti, pronti a dargli l’assalto!

“Ma l’eroe, il destrier spronando,

“agitò nell’aere il rutilante brando.

“D’Ettore e d’Achille, emulando le gesta,

“si lanciò in forsennata corsa, in mezzo alla foresta

“e in men che non si dica, raggiunse tosto la pagana schiera,

“disposta ad arte in triplice filera.

“Il paladino mostrò, dell’arma, arte e gran destrezza

“spartendo a destra e a manca li colpi della sua mazza.

“Alfin del giorno, allor che il sole cala,

“ i morti ammazzati furon, per l’appunto, tremila.”

- Calàti……..”don Filiricu” ! Chi vivistu vinu? (Diminuite il numero Don Federico! che avete bevuto vino ?)

Così il paziente interlocutore ripeté il suo dire:

“Alfin del giorno, allorché il sole all’orizzonte cala,

“i morti ammazzati furon duemila!”

Ancora i conti non tornavano, ed i più esagitati calzarono la mano:

Don Filiricu beddu, nun è pi casu lu vinu chi vi fa cuntari tantu? Calàti…calàti! (Don Federico bello, non è per caso il vino che vi fa dare i numeri? Diminuite….diminuite!)

Di nuovo il buon cantore, con il suo fare serafico, interloquì:

“Il sangue correa a fiumi, dopo cotali scintille

“i saraceni esanimi furon più di mille….!”

Ma anche questa volta, i giovinastri di belle speranze vollero stuzzicare l’onesto oratore, prima con un brusio insolente, poi apostrofandolo in versi:

“……Don Filiricu caru, i morti lassatili stari

“quanti su…su….picchì di ccà si n’emu a ghiri…..!

“……Calàti…….Calàti ancora…….!

(Don Federico caro, i morti lasciateli stare,

quanti sono…sono…,perchè di qua ce ne dobbiamo andare…!

diminuite…diminuite ancora….)

Al che, il sottile declamatore, che aveva perduto la pazienza, ma che da consumato uomo di spettacolo non voleva alzare i toni ed abbandonare la scena, rivolgendosi al gentile gruppuscolo d’esagitati, lo apostrofò:

“Alfin Ruggiero fu del sangue satollo,

“Afferrò un saraceno per il collo

“e soggiunse: gran figlio di buona donna,

“desisti o con un cazzotto, ti spezzo le corna……!”

Compresa l’antifona, tra i giovani un pò alticci e don Federico, s’instaurò una specie d’armistizio, che durò per il tempo necessario affinché lo spettacolo proseguisse.

A qualcuno sorse il sospetto che quelle interruzioni erano avvenute ad arte, fatte da un’apposita “claque” che interferiva per “sostenere” lo spettacolo e per dargli più interesse. Il dubbio poteva anche starci tutto, ma il fatto era che il pubblico si compiaceva di quelle intrusioni verbali e faceva una scorpacciata di risate, mentre il dialogo colorito rimaneva nei discorsi dei caffè o delle taverne: alcuni episodi clamorosi restavano negli annali della storia popolare cittadina.

Il tempo trascorse velocemente tra scene d’entusiasmanti avventure ed altre più fantastiche, in cui apparivano draghi orripilanti che sputavano lingue di fuoco e maghi d’ogni genere, il cui unico mestiere era di ordire “fatture” contro gli eroi o le eroine della serata.

Quando ebbe termine lo spettacolo, in cui avevano primeggiato le gesta dei paladini di Carlo Magno, calato il sipario  Anna e Diego, come del resto anche la gran parte della gente, si alzarono per recarsi fuori all’aperto a prendere una boccata d’aria, dopo l’ “immersione” che avevano dovuto subire in mezzo alla densa nuvola di fumo, nella grande sala dello spettacolo.

 

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