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ANALISI DEI RISULTATI DELLE ELEZIONI DEL PRESIDENTE E DELL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA

I risultati delle elezioni del Presidente  e dell’Assemblea Regionale siciliana evidenziano immediatamente taluni fenomeni, meritevoli di riflessione.-

Il primo e il più rilevante di essi è costituito dall’”astensionismo degli elettori”.- Era un fenomeno prevedibile e temuto da tutte le forze politiche, che avevano ardentemente invitato al voto.-

L’astensionismo non è un partito, ma ha vinto chiaramente le elezioni.- Esso rappresenta preoccupazioni e atteggiamenti vari.- Buona parte dell’elettorato ormai non crede più alla utilità delle elezioni.- Non crede nella capacità da parte degli eletti di risolvere i problemi fondamentali che lo affliggono.- Manifesta il proprio livello di indignazione.- Ha sperimentato le “promesse non mantenute”, un vizio ed un errore comuni.- Tutti i partiti e le forze politiche deludono e hanno deluso, nella storia, le aspettative dell’elettorato.- In genere, difatti, il voto elettorale  dovrebbe essere, ma non è, asettico, disinteressato, obiettivo.- Ogni elettore cerca la soddisfazione di un bisogno proprio; cerca di migliorare le proprie condizioni personali, familiari, economiche.-

L’astensionismo significa, quindi, rifiuto anche di concedere deleghe in bianco.-

L’astensione di oltre il 50% degli elettori diventa un fenomeno preoccupante, una “visione di disvalore” della libertà di partecipazione, dell’attività politica.- Significa perdita di fiducia nella politica; passaggio ad una fase di anti-politica e, infine, di non-politica.-

Altro fenomeno incontrovertibile è rappresentato dalla prevalenza elettoralistica della “unione del centro-destra”.- Esso conferma l’opinione diffusa che “uniti si vince”; che “il Partito Democratico, diviso e contrastato, non è in grado di aggregare”.- Opinione valida, ovviamente, per tutte le forze politiche.- Era stato previsto che “il voto in Sicilia” avrebbe potuto “cambiare faccia al centrosinistra”, diviso e contrastato.- Per alcuni l’evento ipotizzato o sperato pare realizzato.-

L’unità del centro destra è vista come presupposto fondamentale, come elemento di competitività; come dato di impulso per tentare di governare il Paese dopo le elezioni politiche.- Per Berlusconi, “è un argine contro il Movimento 5 Stelle”, incapace di risollevare la Sicilia, autore di  disastri dove ha governato, che farebbe scappare dall’isola gli investimenti.-

Altro dato rilevante appare l’ingresso nel Parlamento Regionale della sinistra estrema con Fava, che ha fatto leva invano sulla “questione morale”, denunciando la presenza in talune liste elettorali di “candidati impresentabili”.-

Rilevante appare, anche, il successo conseguito dal Movimento 5 Stelle, che risulta il partito più votato anche se privo di aggregazioni.- E’ un successo fondato sulla facile protesta, in un Paese in cui i problemi insoluti sono gravi e numerosi.- E’ un movimento che, non avendo una classe dirigente, manca di esperienza e di competenze.- Manca anche di programmi, se non quello di abolire le indennità ai parlamentari e di impedire “gli inciuci” tra i partiti.- Per questo motivo appare fondata la preoccupazione che tutto potrebbe evaporare nel nulla, risolti anche in parte i problemi veri.-

E’ già accaduto con il “Movimento qualunquista”.-

II

Ancora un altro fenomeno è risultato chiaro: l’incapacità, in genere, delle forze politiche di formulare un programma, non generico ma particolareggiato, e di impegnarsi perentoriamente a realizzarlo.-

Un tempo mancavano i programmi, ma sopravvivevano le ideologie, come forza di aggregazione fideistica degli elettori. Le elezioni regionali hanno evidenziato che mancano pure i programmi.-

Le forze politiche in competizione hanno accennato a programmi molto vaghi, non sufficientemente divulgati o illustrati, accusandosi, insultandosi e minacciandosi a spron battuto.- Questa notevole, essenziale lacuna ha impedito all’elettore di effettuare una reale collocazione politica di ciascun partito.- E’ vero che forze politiche di destra talvolta esprimono e avallano problemi di sinistra e viceversa.- Ma la contraddizione, la genericità, l’evasività delle idee conduce alla “non-politica”, di cui sopra.-

Eppure la molteplicità, la enormità, la impellenza dei problemi dell’Isola avrebbero potuto costituire “oggetto interessante di trattazione da parte delle varie forze politiche”, senza alcuna distinzione di destra, di centro, di sinistra.-

I problemi di un Paese non debbono avere e non hanno colorazione politica.- Sono problemi da risolvere, nell’interesse della collettività, per il bene comune.-

Ebbene, nessun partito ha parlato del “fenomeno del precariato”, soprattutto nel settore pubblico, che affligge la Sicilia.- Nessuno ha considerato che “la Sicilia ha spese per il personale dipendente di gran lunga superiore a quelle della altre regioni”.- Nessuno ha accennato che “la Sicilia ha 45 mila impiegati nella sanità; 23 mila forestali, mentre il Canada, 400 volte più grande della Sicilia, ne ha solo 400.- Malgrado ciò, la Sicilia ha un Pil annuo di gran lunga inferiore a quello di qualsiasi altra regione.-

Nessun partito ha accennato al “problema delle Province”, prima abolite e dopo ripristinate, che non hanno certezza di futuro, ma bisogno di fondi pubblici.- Si è taciuto del “problema delle strutture stradali siciliane”, ovunque dissestate; delle “ferrovie siciliane”, ancora a livello ottocentesco.- Si è taciuto del “problema dell’approvvigionamento idrico”, che ancora affligge numerosi paesi dell’Isola; del “problema di ricezione dei migranti”, che affollano le coste siciliane, oltre ogni ragionevole possibilità di ricezione.-

Non si è parlato della “disoccupazione, soprattutto giovanile, che costringe le migliori forze a fuggire dalla Sicilia”.-

Nessuno ha avuto il coraggio di trattare l’argomento dello “Statuto siciliano”, emanato per la soluzione dei problemi particolari dell’Isola, che tutti hanno tradito e di cui tutti hanno abusato.-

Ci si chiede a cosa siano servite queste elezioni se non a creare potere per gli eletti.-

 

Pino Alcamo

 

Antico sempre nuovo

Uno sguardo sulle elezioni regionali

Populisti e impresentabili, saltafosso e divisionisti. Sono parole che potevano entrare tra i neologismi del “Dizionario” del compianto Tullio De Mauro, e che ora servono a meglio identificare i personaggi del campo politico. Lo sfrenato personalismo che ha caratterizzato la recente campagna elettorale non ci consente di giudicare quanto è uscito fuori dalle urne del 5 novembre s. col metro della logica politica, ma piuttosto con la sola arma del buon senso. Tuttavia, sfuggendo ai facili giudizi morali del senso comune, si può sempre tentare qualche considerazione in chiave, magari, positiva su quanto è emerso da una elezione non certo marginale nel quadro politico italiano.

Di fronte a scelte su candidati, sconosciuti o quasi, i Siciliani hanno preferito riversare la maggior parte dei loro voti su un politico di lungo corso, ritenuto peraltro di specchiata moralità, nonostante la presenza (pesante) degli impresentabili nelle sue liste. La categoria del moderatismo in cui lo vorrebbe incorporare Berlusconi non c’entra proprio nulla. Musumeci ha un compito immane da svolgere per rimettere in marcia un’Autonomia siciliana caduta “in panne”; ma ancor di più arduo, e pieno d’insidie, il suo compito dal momento che non ha un’organizzazione di partito alle spalle, ma di eletti nel suo terrapieno politico che lo vorranno imprigionare negli usati (e abusati) giochi del potere clientelare. Per fare bene, in qualche modo e misura, dovrà cercare il sostegno della società civile, così intesa nelle sue fasce popolari, e di giovani leve e intellettuali, che in tutti questi anni sono stati emarginati dalla vita concreta della Regione Siciliana.

L’onda lunga del grillismo ha riempito lo spazio di frustrazioni e delusioni lasciato dai partiti; ma in qualche modo (perché non dirlo?) Cinque Stelle si è fatto carico di una proposta politica alternativa, seppure nebulosa, che gli elettori cercano da anni, e non trovano nei partiti tradizionali. Un servizio, quindi, di responsabilità civica che bisogna considerare utile e necessario a preparare una dialettica politica svincolata dalle vecchie liturgie del professionismo politico, di destra e di sinistra. Più che gli anatemi di Berlusconi e Renzi, dovrebbe valere il confronto sui guai della nostra democrazia, che il M5S denuncia.

Dulcis (o amarum) in fundo. Il flop Orlando-Micari, e Renzi che ha latitato la campagna elettorale (non ci ha messo la faccia, come si suol dire).  E, tuttavia, il relativo buon esito elettorale del PD (non del suo candidato governatore) si deve al trascinamento dei suoi candidati più forti, non certo alla sua linea politica, compromessa dallo sfascio crocettiano. (Si pensi soltanto alla incredibile vicenda delle Provincie regionali, lasciate da anni nel vuoto torricelliano dei Commissari). Negata ogni traccia di autocritica interna, i Faraoni del momento hanno cercato fuori i responsabili della sconfitta: Grasso, gli scissionisti, gli insulti pentastellari, e così via. Eppure, un partito di centro-sinistra dovrebbe essere il più abilitato a comprendere (e a gestire in chiave politica) l’astensionismo, – che ha la sua matrice nei più deboli della società, – e rinnovare i suoi schemi di orientamento sociale, e quelli che, una volta, erano schemi ideologici, ma che, per un partito che ha pur sempre una caratura nazionale ed europea, debbono rinnovarsi al passo coi tempi, nell’èra che si apre coi flussi tempestosi dell’emigrazione e dell’economia globale. Solo una tale rigenerazione culturale potrebbe scontare le divisioni interne ed esterne, e offrire una seria alternativa al paese.

Una Sicilia fuori del Mediterraneo è quella che, stranamente, è apparsa nel lungo chiacchierìo della campagna elettorale. Ma una Sicilia, addirittura fuori dell’Italia, era quella proposta dal piccolo gruppo dei “Siciliani Liberi”. Fuori dai circuiti televisivi, e dalla stessa stampa locale e regionale, l’avvocato La Rosa ha lottato contro i mulini a vento dell’indifferenza e della marginalità. Poco più di dieci mila elettori si sono accorti di lui. Eppure, il programma che ha presentato agli elettori era, forse, il più articolato e “siciliano” dei programmi.

TRAPANI, politicamente acèfala

Dall’esame dei risultati regionali a quelli locali, il tono del nostro discorso deve però alzarsi verso considerazioni meno disincantate. Il dato oggettivo politicamente più ambiguo è quello del mancato ricambio della rappresentanza politica all’Assemblea Regionale. Deputati che non hanno certo brillato per impegno e cooperazione pubblica (se si toglie l’Assessore alla Salute Gucciardi). E anche chi è rimasto fuori non meritava certo di rientrare all’ARS.

Ma la stessa topografia politica disegnata dal voto del 5 novembre s. evidenzia il processo di emarginazione in atto per quanto riguarda Trapani, ormai capoluogo nominale di una provincia i cui interessi economici si sono spostati altrove. Trapani vive da tempo il suo inarrestabile declino, e i nuclei residui di borghesia agraria e finanziaria, perse consistenza e funzione, non sanno che ritrovarsi nella sfatta routine dei clubs di servizio.

Emblematica, poi, la dicotomia amministrativa Trapani-Erice nel contesto urbano della città capoluogo, con un centro storico (o antico, che dir si voglia) divenuto periferia dell’asse che dalla via Fardella perviene ai più grossi agglomerati dei quartieri subericini. Del resto, le risorse economiche, e del turismo, sono legate ad Erice e al suo territorio intercomunale; e non è nemmeno un caso che i candidati più votati (Giacomo Tranchida e Flavia Fodale) siano stati, qui, ericini; e che nessun rappresentante avrà Trapani nella nuova Assemblea regionale. Sicchè, con buona pace del Senatore D’Alì, non una grande Trapani si può progettare, ma piuttosto una grande Erice!.

Senza un deputato che la rappresenti, con due Commissari (al Comune e alla Provincia), col suo porto privato di autonomia, e l’aeroporto in bilico per il suo traffico, c’è proprio da richiamare i Trapanesi ad una civile mobilitazione, fuori dalle cinture clientelari e dal pressappochismo dei partiti.

Salvatore Costanza

 


 


 

 

 

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