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Una pagina della nostra storia

tenuta accuratamente nascosta

di Michele Rallo

Il 12 settembre 1919 – si è visto – il Consiglio Nazionale Fiumano nominava Gabriele D’Annunzio governatore dello Stato Libero di Fiume.

Il primo atto del “Comandante” era la proclamazione della teorica annessione di Fiume all’Italia. Il secondo provvedimento era la formazione di un governo provvisorio, battezzato Gabinetto di Comando, alla cui guida chiamava il maggiore Giovanni Giuriati, presidente del Comitato per le Rivendicazioni Nazionali e futuro segretario del PNF.

In Italia l’impresa fiumana era accolta con genuino consenso e grande entusiasmo popolare, mentre le forze politiche si dividevano: incondizionatamente favorevole il campo nazionalista-rivendicazionista, gli ambienti militari ed il nascente movimento fascista. Acidamente contrario il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti e i supporter locali del presidente americano Wilson.

Fra i primi a recarsi in visita nella Città-stato era – il 7 ottobre – Benito Mussolini, che ai “compagni fascisti” – due giorni dopo – relazionava in questi termini: «A Fiume ho vissuto quella che D’Annunzio giustamente chiama “un’atmosfera di miracolo e di prodigio”. (…) La situazione di Fiume è ottima, sotto tutti gli aspetti. Vi sono viveri per tre mesi. Gli jugoslavi non hanno nessuna intenzione di muoversi. Non solo, ma i croati riforniscono in parte Fiume, ciò che dimostra come sia sconcia ed insidiosa la manovra nittiana, tendente a sommuovere il popolino, facendo credere che si fosse alla vigilia di una guerra tra noi e gli jugoslavi. Niente di tutto questo esiste! D’Annunzio non ha fatto sparare finora nessun colpo di fucile contro coloro che stanno al di là della linea di armistizio; ha anzi emanato un proclama ai croati che è un magnifico documento, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista umano. (…) Nei rapporti internazionali la situazione di Fiume è chiarissima. D’Annunzio non si muoverà, perché tutti gli eventi sono favorevoli a lui. Che cosa possono fare le potenze plutocratiche del capitalismo occidentale contro di lui? Nulla. Assolutamente nulla, perché il rimuovere un fatto compiuto sarebbe scatenare un altro più grosso guaio ed a questo nessuno pensa, né in Francia, né in Inghilterra. (…) Domani il fatto compiuto di Fiume sarebbe compiuto per tutti, perché nessuno avrebbe la forza di modificarlo. Se il governo [italiano] fosse stato meno vile, a quest’ora avrebbe risolto il problema di Fiume e gli alleati avrebbero dovuto accettarlo, magari con una protesta che forse avrebbe servito di argomento a qualche giornale umoristico.»

Quanto al Presidente del Consiglio italiano, Nitti, il suo atteggiamento era sconcertante. Non soltanto – infatti – non approfittava della situazione per dimostrare agli Alleati che il loro progetto per Fiume era francamente improponibile; ma – addirittura – condannava aspramente il colpo di mano, precipitandosi a presentare costernate scuse ufficiali alla Conferenza della Pace.

Ma i nostri “amici” americani, inglesi e francesi non si accontentavano delle scuse, e imponevano al nostro governo di voler esso stesso risolvere la crisi di Fiume. Come? Ponendo l’assedio alla città e riducendo alla fame i suoi abitanti: così – era il perfido ragionamento dei custodi della democrazia planetaria – il popolo fiumano sarebbe stato costretto a chiedere a D’Annunzio di lasciare la città.

Affamare una città che aveva il solo torto di sentirsi italiana sembrava eccessivo anche a un wilsoniano come Francesco Saverio Nitti, che tentava vanamente di obiettare qualcosa. Nulla da fare. Anzi, il nostro nemico americano coglieva la palla al balzo per sciorinare l’intero suo piano di sistemazione dell’area adriatica. Piano – manco a dirlo – ci sembrava elaborato solo e unicamente per contrastare gli interessi italiani.

Il 27 ottobre, così, un Woodrow Wilson incattivito dalle sconfitte frattanto subite nelle battaglie parlamentari di Washington, licenziava il suo definitivo ed illuminato verdetto sul contenzioso italo-serbo: all’Italia, la Giulia e l’Istria occidentale e centrale; alla Serbia, la Dalmazia, tranne Zara da trasformare in “Stato libero”; il territorio di Fiume sarebbe stato unito all’Istria orientale in un altro “Stato libero” amministrato dalla Società delle Nazioni; pesanti limitazioni sarebbero state poste al ruolo dell’Italia in Albania. In pratica, si chiedeva all’Italia di arretrare dalle linee armistiziali in Istria fino alle nuove “linee americane” (o “linee Wilson”) e di evacuare completamente la Dalmazia; Fiume era del tutto fuori discussione.

 

IL MEMORIALE WILSON

Era il cosiddetto “memoriale Wilson”, che riporto integralmente, perché trattasi di un documento storico importantissimo. Testimonia non soltanto, infatti, la preconcetta ostilità americana nei confronti dell’Italia, ma documenta altresì – specie nella sua parte finale – la ineducazione, la presunzione, l’arroganza, la brutalità diplomatica, il tono insultante e l’atteggiamento di prevaricazione assunto dal presidente statunitense:

«1. La frontiera orientale d’Italia, partendo da un punto situato sul fiume Arsa a ovest di Fianona e risalendo al nord fino ai Karawanken, seguirà la così detta “linea americana” ma con tali modificazioni che permettano di assegnare all’Italia la città di Albona. Il territorio costiero, che sarà per tal modo attribuito all’Italia, e che si stenderà dal canale dell’Arsa fino alla frontiera dello Stato libero di Fiume, sarà completamente neutralizzato; e nella stessa situazione dovrà trovarsi un’altra striscia di terreno che arriverà a sud fino a Capo Promontore.

2. Lo Stato indipendente di Fiume verrà contenuto nei limiti fissati dal Presidente Wilson, comprendendo la città e il suo retroterra immediato. Il confine sud-ovest di questo Stato Libero sarà modificato secondo quanto è scritto al paragrafo precedente. La Lega delle Nazioni avrà l’assoluto controllo sullo Stato libero di Fiume, e provvederà alla sua amministrazione per mezzo di un governo formato da una Commissione speciale. Il controllo sul porto e sulle ferrovie sarà devoluto alla Lega delle Nazioni. Le ferrovie e il porto saranno esercitati secondo gli interessi della città e dei paesi che se ne servono per i loro sbocchi naturali. Tutte le concessioni atte ad accrescere lo sviluppo delle ferrovie e del porto di Fiume saranno poste ugualmente sotto il controllo della Lega delle Nazioni. Nel termine di cinque anni avrà luogo un plebiscito; la popolazione intera prenderà parte al voto, che non potrà essere frammentario. È sottinteso che non sarà assegnato a Fiume alcuno statuto speciale: ma se l’Italia non potesse accettare questo plebiscito, lo Stato libero sarà lasciato alla Lega delle Nazioni, restando chiaramente stabilito che la Lega dovrà tracciare tutta la vita futura dello Stato.

3. Se questa soluzione fosse accettata, si potrà redigere uno Statuto speciale che darà al cosiddetto “corpus separatum” di Fiume un grado di autonomia esattamente simile a quello di cui godeva sotto la dominazione ungherese; ma la sovranità italiana non sarà mai esercitata, sotto alcuna forma. Lo Stato Serbo-Croato-Sloveno avrà una autorità incontestata su tutta la Dalmazia, ma sarà riservato alla città di Zara uno speciale regime. Per salvaguardare e dare un riconoscimento al carattere italiano della città, Zara verrà dichiarata Città Libera e le autorità cittadine saranno chiamate a stabilire, d’accordo con lo Stato jugoslavo, la forma e il funzionamento del governo. Il governo della città di Zara avrà la garanzia perpetua della Lega delle Nazioni e in caso di dissenso fra la città e il Regno jugoslavo, la Lega delle Nazioni deciderà sulle varie divergenze. La rappresentanza diplomatica della città libera di Zara sarà scelta dal governo della città.

4. L’Italia avrà il possesso delle seguenti isole: a) il gruppo di Pelagosa; b) Lissa e gli isolotti a ovest di Lissa; c) Lussino e Unie. Alla popolazione slava delle isole poste nel gruppo di Lissa sarà concessa, sotto la sovranità italiana, una completa autonomia locale.

5. L’Italia eserciterà il mandato sull’Albania, ma i termini del mandato stesso saranno tali da impedire che l’Italia possa sfruttare le risorse del Paese, servirsene a scopo militare e colonizzare. Il territorio posto intorno a Valona sarà completamente neutralizzato, e gli jugoslavi avranno il diritto di costruire e di gestire le ferrovie dell’Albania settentrionale a nord del parallelo 41.15, come pure di fruire di tutti i privilegi dei traffici internazionali attraverso l’Albania del nord, secondo quanto è stato stabilito nella nuova convenzione fra gli alleati e le Potenze associate. Gli jugoslavi avranno il diritto di sviluppare e migliorare la navigazione della Boiana, a condizione però che il Montenegro si unisca allo stato jugoslavo.

6. La città di Valona con un retroterra limitatissimo, tale da supplire soltanto ai bisogni economici essenziali della città e della sua sicurezza, dato all’Italia, in piena sovranità.

7. L’Italia avrà il diritto di transito senza restrizioni e con convenienti garanzie, lungo la ferrovia di Assling benché questa passi su territorio jugoslavo.

8. Una striscia di territorio a est della linea americana in Istria, i cui limiti saranno ulteriormente fissati, dovrà essere permanentemente neutralizzata, sotto la garanzia della Lega delle Nazioni. Questo territorio comprenderà, oltre lo Stato libero di Fiume, una cintura di terreno che arriverà a nord fino alla regione dei monti Karawanken e includerà il triangolo di Assling. La frontiera orientale di questa zona neutra seguirà una linea tracciata sei chilometri a est della città di Assling, che partendo dalla frontiera settentrionale della Jugoslavia (così come sarà stabilita dal plebiscito di Klagenfurt) andrà verso sud fino a Eisnern e da questo punto verso Poller, Lutschana, Podlipa, lasciando a est queste città; successivamente a sud di questo punto, la frontiera volgendo verso est, proseguirà fino ai confini dello Stato libero di Fiume, laddove essa è tagliata dalla ferrovia che va da Lubiana a Trieste. Tutte le isole della costa dalmata, come pure tutti i tratti di mare che le circondano fino alla terraferma, saranno neutralizzati. Gli estremi punti meridionali della zona neutralizzata delle isole saranno Porto di Malfi e l’isola di Calamotta. Per tal modo esisterà una zona neutra di mare d’isole e di terraferma fra la Jugoslavia e l’Italia, cominciando dalla costa della regione di Ragusa per andare, a nord, fino alla regione dei monti Karawanken. I tre gruppi di isole italiane indicati nel paragrafo 4, saranno compresi nella zona neutralizzata. Il Governo americano ritiene che nessuna ragione, di nessuna specie, è intervenuta a modificare i suddetti punti di vista che sono stati così spesso e così fortemente sostenuti dal signor Wilson.

Il Governo americano è molto dolente di constatare che il Governo italiano sembra non rendersi conto che corrisponderebbe al suo interesse l’accettazione di un accordo nei suddetti termini che sono generosi ed equi. Non è mai troppo insistere su tale constatazione; il Governo italiano dovrebbe comprendere che queste sono assolutamente le ultime condizioni che il Governo americano è disposto ad accettare, e che le concessioni di Albona, Lussino, Unie e il mandato sull’Albania che esse contengono saranno fatte soltanto alla condizione che il Governo Italiano accetti senza modificazioni ulteriori i termini sopra esposti, come un accordo completo e definitivo.

La proposta che Fiume abbia il suo proprio Statuto con le modificazioni suggerite dall’Italia, che l’Italia abbia la rappresentanza diplomatica della città di Zara e che entri in possesso dell’isola di Lagosta (come pure la recentissima proposta della concessione all’Italia di una striscia di territorio per congiungere Fiume alla regione italiana) sono completamente inammissibili, e i rappresentanti italiani, aggiungendo tali modificazioni all’accordo già proposto, hanno prodotto sul Governo Americano la più penosa impressione.»[1]

 

IL DIKTAT FINALE

Seguiva qualche ulteriore balbettamento dei delegati italiani, cui Wilson – benché adesso seriamente ammalato – poneva brutalmente termine il 13 novembre, con una lettera a Francesco Saverio Nitti che vale egualmente la pena di riportare integralmente, richiamando l’attenzione dei lettori sui contenuti apertamente ricattatori del penultimo capoverso:

«Ringrazio molto cordialmente Lei e il governo del suo grande Paese per il cordiale interessamento preso alla mia malattia. Le condizioni generali, migliorando, mi consentono lentamente la ripresa degli affari internazionali del mio Paese.

Ho ricevuto i suoi dispacci concernenti la risoluzione del problema di Fiume. Non Le so nascondere la mia meraviglia circa il nuovo progetto che la Delegazione Italiana alla Conferenza della Pace ha creduto cortesemente di sottopormi. Ella conosce esattamente come il mio pensiero sul problema di Fiume sia irremovibile, e non per considerazioni di minore simpatia verso il grande popolo italiano ma bensì per convincimento assoluto del Governo del mio Paese.

Ogni soluzione contraria a quella da me sempre sostenuta nei riguardi di Fiume contrasterebbe rudemente con l’indirizzo di politica estera che sempre ho avuto l’onore di appoggiare.

Credo così fermamente che i vostri dubbi circa l’accoglienza che il popolo italiano farebbe ad una soluzione del problema di Fiume differente da quello propugnato da una minoranza imperialista, non abbiano effettivo fondamento. La questione di Fiume non interessa seriamente il popolo italiano, che invece pensa oggi alla definizione dei maggiori problemi sociali ed economici che lo affliggono.

In ogni modo, sono spiacente di dovervi significare che la nostra attitudine in proposito non può essere assolutamente suscettibile di cambiamento alcuno. Ed io chiederò invece, per il bene dell’Umanità, a Lei ed ai Colleghi della Conferenza di Parigi, che il problema adriatico venga risolto senza ulteriori indugi. La necessità di un riassetto europeo è sentita da tutti i popoli del mondo, ed il paese che contrastasse a tale indirizzo costringerebbe il mio paese a provvedimenti non simpatici, dettati unicamente dalla decisione inflessibile presa dal Governo del mio paese di appoggiare, nella ricostruzione economica, solo i paesi che aderiscono al suo programma politico.

Mi auguro sinceramente che ben presto, risolto il problema di Fiume e della Dalmazia, i nostri due popoli possano iniziare quella collaborazione amichevole che l’avvenire immediato richiede per la salvezza della collettività.»[2]

Oggi, a cento anni quasi di distanza, paghiamo ancora le conseguenze di quella “collaborazione amichevole”.


 

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