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di Anna Burdua

Erice, l’antico Monte San Giuliano, mantenne sempre il ruolo di capoluogo del Comune. Il suo territorio si estendeva per circa quarantamila ettari fino alle porte di Castellammare del Golfo ed era uno dei più vasti della Sicilia, secondo dopo il Comune di Monreale. L’intero territorio prima della sua suddivisione nei nuovi Comuni autonomi contava globalmente 35.000 abitanti, di cui solamente 3.000 nel Capoluogo. La maggior parte della popolazione risiedeva stabilmente nelle numerose case sparse e sobborghi facenti capo a quelle che erano le principali frazioni: San Vito Lo Capo, Custonaci, Buseto Palizzolo, Ballata, Napola, Valderice, Casa Santa.  Di queste, quelle che ancora oggi fanno parte del Comune di Erice in seguito all’ottenimento dell’autonomia, sono Napola, Ragnatili, Trenta piedi, Pizzolungo, Casa Santa e Ballata, ridente e suggestiva località collinare.

Due le ipotesi sull’origine del nome di Ballata: da Palata, cugino di Eufemio che il 15.Luglio 827 fu disfatto da Asaad le cui truppe erano stanziate nella pianura che va dall’attuale Ballata sino al territorio di Mazara del Vallo o da “vallata” perché posta tra due colline.  Il piccolo centro abitato nacque circa 450 anni addietro attorno al Castello sorto tra il 1100 e il 1200 e al suo baglio aggiunto in secondo tempo.  Stando alle versioni di illustri storici ericini come il Carvini, il Castronovo, il Cordici e Adragna, Ballata era una piccola parecchiata del feudo di Regalbesi. Le parecchiate erano estensioni di terreno spesso assai ampie che per le loro ottime qualità agricole venivano destinate a coltivazione ed esentate da ogni servitù di pascolo alla quale, fatta eccezione per le aree di montagna e quelle di proprietà allodiale, rimaneva soggetta gran parte del territorio. La concessione in enfiteusi delle parecchiate avveniva per incanto. Per contrastare od eliminare le usurpazioni, i Giurati disponevano periodiche rimisurazioni. Prima condizione per ottenere l’enfiteusi della terra secondo una norma caduta in desuetudine era quella di essere cittadini “habitatores” di Monte San Giuliano. L’enfiteuta o detentore a qualsiasi titolo dei terreni dell’Università non poteva trasferirsi altrove sotto pena di perdere la concessione ed ogni diritto acquisito. Secondo obbligo era quello di anticipare all’Università, ove i Giurati ne avessero fatto formale richiesta per urgenti ed imprevisti motivi, la somma di cui essa avesse avuto bisogno, salvo rimanendo il loro diritto di computare la somma o le somme anticipate nelle scadenze dei pagamenti delle tre rate annuali in cui era suddiviso l’importo del canone. Altro obbligo del concessionario era quello di corrispondere all’Università che manteneva il dominio eminente sulla parecchiata la quinquagesima o laudemio ogni qualvolta si verificasse per qualsiasi motivo un passaggio di possesso del terreno a terza persona. Nonostante l’esiguità del canone che consentiva loro, agevolati anche dal basso costo della manodopera, notevoli possibilità di facile formazione di capitale, molti possessori di parecchiate non erano puntuali nell’annuale pagamento. Nei libri contabili si osservano ricorrenti ritardi che spesso si accumulavano considerevolmente, in particolare quando si trattava di parecchiatari non più residenti a Monte San Giuliano. La veemenza con la quale i parecchiatari difesero la loro posizione fu talmente dura ed energica che non vi fu seguito all’azione avviata dai Giurati.   Regalbesi, uno dei dieci feudi rimasti, nel 1773, venne dato in enfiteusi, poiché il Comune era gravato da grandi tasse regie e quindi necessitò la sua vendita. Fu in quell’occasione che si insediarono nobili famiglie.

Le vicende di Ballata rimangono strettamente legate alla storia del Baglio ed ai nobili Casati che si sono succeduti nel tempo e con i quali comunque la popolazione ha sempre interagito.

Le prime notizie riguardanti la successione delle famiglie risalgono ai primi anni del 1500 e più precisamente tra il 1502 e il 1512 dove si registrano diversi contratti di vendita riguardanti appezzamenti di terreno tra famiglie nobiliari diverse ed anche all’interno di stessi ceppi parentali.  Nel 1537, fonti storiche descrivono la vendita sottoscritta dal notaio Giuliano da Summa di Trapani del territorio di Ballata con la torre ivi esistente e le annesse parecchiate di Finocchio e Fulgatore dai fratelli Bartolomeo, Michele e Orsola Morana all’aristocratico Giacomo Staiti.

I fratelli Morana, trapanesi di nobili origini, erano enfiteuti della diocesi di Erice, la quale ne aveva il dominio utile dal 1400. Intorno alla metà del 1800 Giuseppe Staiti, discendente di Giacomo, donò alla diocesi di Trapani, il terreno attiguo al castello per l’edificazione della chiesa parrocchiale di Ballata avvenuta nel 1857, con esso una statuetta della Madonna di Trapani, risalente alla fine del ‘700, donata dalla famiglia D’Alì. Queste proprietà appartennero alla famiglia Staiti per diritto fidecommissario e in parte andarono alla figlia di Giuseppe Staiti, Rosalia, la quale nel 1856 sposò il senatore Giovanni Maurigi, marchese palermitano discendente dall’antico casato dei Maurigi di Svevia, dal quale deriva l’attuale nome del baglio, castello Maurigi.

Figlio della Staiti e del Maurigi fu Ruggero Maurigi, senatore del Regno Sabaudo, colonnello del Regio Esercito, il quale visse nel castello fino alla sua morte, avvenuta nel 1919. Con un testamento olografo vennero nominati eredi universali i figli Carlo e Giovanni: a Carlo venne lasciato il feudo di Benuara nei pressi di Fulgatore, a Giovanni il fondo di Ballata, Torretta e Torrettella. Il marchese Giovanni Maurigi sposò la contessa viennese Anna Wollkenstein Trotsburg, imparentata con gli Asburgo di Austria e di Lorena, dal ramo toscano.

Alla morte del marchese, Ballata andò alla figlia Giuseppina che sposò Enrico Zagarella. La contessa, unica erede fu proprietaria del fondo di Ballata dal 1958 fino alla sua morte avvenuta negli anni ’60 quando subentrarono i figli Enrico e Maria Zagarella. Enrico, magistrato di Cassazione, si è distinto a Ballata per aver conservato il patrimonio culturale, avendo tra gli anni ’60 e ’70 recuperato, se pur in parte il baglio e reimpiantato i terreni agricoli a vigneto. I fratelli Zagarella hanno donato alla Diocesi di Trapani e per essa alla Parrocchia di Ballata il terreno attiguo alla Parrocchia stessa per la realizzazione del campo sportivo.

Alla morte di Enrico e Maria Zagarella avvenute rispettivamente nel 1989 e nel 2006, è subentrato il figlio di Enrico, Fabrizio, essendo la sorella Maria morta nubile. L’avvocato Fabrizio Zagarella è magistrato onorario del Tribunale di Palermo, ha condotto fino a pochi anni fa le annuali colture delle sue terre, prevalentemente dei vigneti. Dall’unione di così nobili casati che si sono avvicendati nel possesso del baglio, deriva lo stemma collocato all’interno della corte sotto il balcone della stanza del padrone. Di forma tonda racchiude al suo interno un’aquila asburgica con sopra il capo una corona, più in basso la corona centrale dei marchesi con cinque perle sovrapposte ai gigli di Firenze. Sotto ancora due campi, uno blu con all’interno il leone ruggente con sopra la testa tre gigli e accanto il disegno della casata dei Trotsburg.

Nel 1976 dedicarono la cappella del baglio, risalente al 1676, prospiciente la Chiesa Madre, allo Spirito Santo. Sulla facciata, sopra l’ingresso si legge, infatti, la scritta latina: Spritui Sancto Dicatum (Dedicato allo Spirito Santo) , riattivando il culto della cappella all’intera borgata. Al suo interno vi è un affresco realizzato da Fabrizio Zagarella che rappresenta la Vergine Maria benedicente la popolazione agricola ballatese in cammino verso di Lei attraverso le messi.

La struttura che compone il baglio risale al XVII secolo, come si evince dalla data 1644 incisa sulla porta di ingresso delle stanze padronali, l’anno in cui Giuseppe Staiti fece erigere il castello in aggiunzione alla torre merlata già presente nel fondo. La costruzione perimetrale che racchiude la corte risale invece ad un periodo che va dal 1670 al 1680, due date che sono incise sopra gli stipiti delle aperture dei magazzini. Ogni datazione è affiancata dal cavallo rampante della famiglia Staiti.

Il complesso comprende circa 14 stanze compresi i bagni e le cucine, è molto modesto come pure gli arredamenti, non vi sono affreschi, le stanze sono dotate di finestre e la stanza del padrone porta alla terrazza dalla quale domina un suggestivo panorama campestre. Sotto la torre, al piano terra vi è una stanza collegata ad una cisterna d’acqua sotterranea raggiungibile tramite una botola. All’interno del cortile si trovano una cisterna per la raccolta delle acque piovane, un pozzo ed un pollaio. Al piano terra la stanza del forno, la casa del curato, una stalla e magazzini vari per la conserva del vino, olio e frumento.

Il baglio ebbe anche funzioni militari: ospitò, infatti, per circa vent’anni una caserma dei  carabinieri a cavallo.  Fu in quell’occasione per la diversa destinazione d’uso che furono apportati dei cambiamenti strutturali al baglio: l’area del cortile fu letteralmente divisa in due parti con la costruzione di un muro che separava la caserma posta nella parte del castello, dalla restante area adibita alle consuete attività agricole. Inoltre furono create al piano terra due celle, una per le donne e una per gli uomini di cui ancora oggi, nella facciata esterna accanto al portone di ingresso, si può notare la griglia in ferro battuto di una di esse, essendo stata l’altra posta in una angusta zona priva di finestre. Lungo tutta la facciata sono ancora evidenti gli anelli in pietra dove venivano legati i cavalli. Non si esclude anche che il baglio per determinati periodi, presumibilmente fra Settecento e Ottocento, abbia ospitato nei magazzini alcune famiglie ballatesi.

 

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