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{1817-1947}

di Salvatore Costanza

 

Povera e nuda vai Autonomia. Tra pupi, pupari e saltafosso, lo scenario elettorale di questi giorni accresce nei Siciliani la confusione e il disinganno, e perciò il distacco dalle Istituzioni. L’assente è la politica, sepolta nelle ire fratricide, trasferite dalle fazioni municipali di una volta nel personalismo (e clientelismo) di personaggi più o meno oscuri lievitati al potere.

Se forte è il disinganno (e la prevedibile fuga) degli elettori, ancora più amara è la riflessione di chi, ripercorrendo la storia, di lunga durata, delle lotte politiche e sociali per l’Autonomi siciliana ne vede ora stravolto il suo fondamento ideale, tra politica regionale e politica nazionale (ed europea), senza dimenticare che la Sicilia è terra mediterranea.

Ci soccorrono, intanto, due date significative della storia siciliana. Per il bicentenario della riforma amministrativa borbonica del 1817, che regolò l’assetto del Regno delle Due Sicilie; e per lo Statuto della Regione Siciliana (1947), confermato dalla Costituzione repubblicana del 1948.

***

Col real decreto 11 ottobre 1817, entrato in vigore il primo gennaio 1818, la monarchia borbonica operava drasticamente su un ordinamento giuridico lasciato da secoli all’arbitrio baronale e al particolarismo municipale, ottenendo un duplice risultato: il livellamento dei poteri periferici e il controllo della vita locale mediante il sistema delle gerarchie amministrative. Si auspicava, da ciò, un efficace impulso a una piú coordinata gestione delle risorse e degli interventi pubblici, avvalendosi di un personale impiegatizio e tecnico svincolato dalle dipendenze locali. Mettere mano al risanamento delle finanze, dell’annona e delle Opere Pie, curare l’igiene e promuovere l’istruzione, costruire strade e acquedotti, era attività indispensabile al vivere civile. Alle prestazioni caritative del potere doveva ora subentrare il concetto della “pubblica utilità”, alla devozione nei confronti del patronato feudale dovevano far luogo l’ossequio alla Legge e la lealtà allo Stato.

All’interno del nuovo sistema, i Siciliani (e, per loro, soprattutto il residuo ceto patrizio e quello intellettuale) volevano che non fosse depressa l’antica aspirazione al rispetto di una propria identità “nazionale” (come si affermava). Né i Vicerè, prima, né i Luogotenenti, dopo, potevano soddisfare una tale aspirazione. Da qui le rivalse autonomistiche che percorrono gli anni del cosiddetto Risorgimento, fino all’indipendenza della Sicilia, nel 1848-’49.

“La rivoluzione che verrà ha la memoria di sedici mesi di libertà, avrebbe poi scritto Francesco Crispi, preparando l’assetto giuridico della Dittatura garibaldina del 1860. Non a caso, in quell’anno, prima del plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia, fu preparato da uno straordinario Consiglio di Stato un organico e approfondito progetto di autonomia per la Sicilia. (Tra i firmatari, Michele Amari, Perez e Ferrara).

Le scelte moderate di Cavour e dei suoi eredi, per un nuovo liberalismo ispirato al centralismo statuale, al liberismo economico e ad una energica azione di risanamento finanziario, cancellarono i decreti garibaldini. E cadde, quindi, il progetto di autonomia dell’Isola. Rimasero ancora sulla scena politica postunitaria i “regionisti”, seguaci di un partito marginale, privo di una base elettorale. Ma quando la crisi sociale di fine Ottocento spinse contadini e operai alla mobilitazione dei Fasci dei Lavoratori, stroncati nel ’94 dalla repressione di Crispi – questa volta “immemore” dei mesi garibaldini – furono i socialisti palermitani che ripresero, col Memoramdum inviato al Commissario Civile Codronchi (1896), il progetto di una Autonomia dell’Isola che fondasse su un’ampia base popolare.

Peraltro, l’istanza autonomistica si legava, ora, ad una maggiore consapevolezza degli interessi economici siciliani. Consapevolezza fatta propria dalla borghesia imprenditrice, quella dei Florio anzitutto, i quali con il quotidiano “L’Ora” e con la costituzione del Consorzio Agrario (1899), avevano riunito tecnici e intellettuali attorno a un progetto “sicilianista” riformatore attivo e propositivo.

Ma ora bisognava fare i conti con la politica giolittiana, e con l’emergere di una “questione meridionale”, che Giolitti sapeva come gestire attraverso i suoi “ascari” sostenitori, al Sud e in Sicilia (il “blocco agrario” di cui parlavano Salvemini e Gramsci). Deboli, perciò, le rivalse sicilianiste fuori del meridionalismo, nonostante le acute proposizioni del self government di Luigi Sturzo e del Partito Siciliano di Nunzio Nasi.

Cancellata, nel convulso primo dopoguerra, ogni ipotesi di un sia pur semplice decentramento amministrativo, riemergono negli anni postbellici ’43-’46 i lieviti autonomistici segnati dalla storia politica e sociale della Sicilia. Cattolici e social/comunisti ne rivendicano, ora, ispirazione e progettualità, che, all’inizio, si riverberano su fatti concreti: dalla riforma agraria del 1950 alla costituzione di un tessuto finanziario autonomo. Poi, nel mezzo secolo successivo al milazzismo (1958-’60), la vita politica della Regione s’imbriglia nell’enorme rete clientelare creata per il risarcimento elettorale del “ceto politico” (si fa per dire). “Fino a questo momento, – sosteneva già Leonardo Sciascia – l’autonomia è stata un’occasione mancata. Un buon strumento caduto in pessime mani. Un bisturì che invece nelle mani di un chirurgo cade in mano a un taglia borse”.

 

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