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IL CANTIERE NAVALE TRAPANESE RIAPRE. ANZI, NO.

Il Cantiere Navale di Trapani, che grazie alla sua posizione geografica dovrebbe essere il fiore all’occhiello della città e dell’intera Sicilia, langue nell’immobilismo assoluto a seguito dell’ennesimo fallimento.

Prima di parlare del Cantiere di Trapani, però, originariamente chiamato Bacino di carenaggio, cerchiamo di capire come è nato, come non si è sviluppato e come è finita anche questa iniziativa a suo tempo avviata con le solite ingenti sovvenzioni regionali.

Ma andiamo alla cronaca.

Gli anni 60/70 sono stati un momento di boom per l’economia nazionale durante i quali molti, con le loro capacità, hanno creato aziende e posti di lavoro al centro nord.

In Sicilia, mancando imprenditori capaci o economicamente forti, per mantenere il passo, sono stati stanziati dal Governo nazionale, ma soprattutto dalla Regione, miliardi e miliardi di vecchie lire per sovvenzionare iniziative imprenditoriali e di sviluppo del lavoro con o senza partecipazione regionale.

Proprio in quegli anni, tra gli altri, se la memoria non ci inganna, sono stati creati un Calzaturificio Siciliano e un Bacino di carenaggio, oggi Cantiere Navale di Trapani.

Il personale impiegato, all’inizio, tutto politico o raccomandato dalla politica.

Naturalmente il tempo è passato e le opportunità per l’economia locale anche.

Ma vediamo di fare una ricostruzione sommaria degli accadimenti.

Nel 1991, per evitare la chiusura del Cantiere si forma una cordata di imprenditori composta dal gruppo Noè di Augusta che rileva il 50 per cento della società e dai trapanesi D’Angelo, Morici, Castiglione e Ricevuto che si dividono il rimanente 50 per cento. Nel 2000, la cordata trapanese si rinforza con l’ingresso di un nuovo socio, Culcasi, mentre il 50 per cento rimane saldamente nelle mani della Noè. Tuttavia, la società dura relativamente poco e così, uno per volta, Ricevuto, Morici, e Castiglione si tirano fuori. Di lì a poco anche la Noè si ritira lasciando l’imprenditore trapanese D’Angelo capo fila e, in pratica, titolare unico.

Nel 2011 viene dichiarato il fallimento del Cantiere navale di Trapani e ricomincia l’odissea. Intanto, i circa 50 operai del cantiere iniziano una dura lotta manifestando per lungo tempo davanti ai cancelli della Cnt che nel frattempo viene sigillata dalla magistratura.

Finalmente, dopo 5 anni e mezzo abbondanti, il Ministero delle Infrastrutture si ricorda di questo cantiere e assegna l’area demaniale alla società romana Marinedi srl di Roma con obbligo di ristrutturarlo, assumere gli eventuali ex operai ancora disoccupati dal 2011 e bonificare le aree da rifiuti nocivi.

Sembra arrivata, così, la parola “fine” a questa vicenda tutta italiana e siciliana.

Il ripristino del cantiere viene affidato all’azienda La Porta Industries Srl di Aragona (Ag) che ha sub appaltato i lavori dalla Metalmeccanica agrigentina.

 

Finito? No perché i lavori non sono ancora terminati e risultano di difficile soluzione anche perché, nel frattempo, la Cnt è stata depredata di ogni cosa, compreso l’impianto elettrico che risulta essenziale per qualsiasi collaudo. E questo non era previsto nel capitolato.

Un passo indietro è necessario per capire, storicamente, come si è arrivati alla ennesima assegnazione a ditte non locali.

In un primo momento il Ministero aveva assegnato l’area al Cantiere navale Drepanum  srl di Paolo Ricevuto, quasi secolare società sana e ben gestita. Cavilli burocratici e ricorsi delle parti avverse hanno, però, vanificato questa assegnazione.  Tra i ricorrenti, la ditta romana prima assegnataria e la Cooperativa locale composta dagli ex operai disoccupati.

Aldilà delle vicende storiche, per i meno informati, bisogna precisare che la Cnt e il bacino di carenaggio galleggiante antistante la terra ferma, appartengono a due diversi proprietari: il primo, con un terreno di circa 80.000 metri quadrati appartiene al demanio e per esso al Ministero delle Infrastrutture, il secondo (bacino galleggiante) è di proprietà della Regione Sicilia che sta investendo circa 8.500.000,00= euro per il ripristino.

Quest’ultima considerazione ci porta a non capire come sarà possibile gestire separatamente Cantiere e Bacino dal momento che il Cantiere ha bisogno di uno sbocco a mare (attualmente occupato dal Bacino), mentre il Bacino ha necessità di un approdo e spazio a terra (attualmente occupato dal Cantiere).

In pratica una unica entità divisa in due che non consente un serio lavoro né all’una né all’altra.

Chissà se qualcuno, prima di spendere soldi, soprattutto pubblici, si sarà posto il problema.

Intanto, nell’attesa degli sviluppi della complessa situazione, si sottolinea come la nuova società romana verrebbe a svolgere le medesime incombenze dei cantieri navali già operanti in luogo, lavorando con imbarcazioni da diporto e non più, come previsto sin dall’inizio della sua costruzione, con grosse navi che potessero dare lavoro ad oltre 100 tute blu, innalzando Trapani a livelli nazionali e mediterranei.

Ovviamente, per fare questo, sarebbe opportuno coinvolgere i cantieri già operanti in loco affiancando ad essi un colosso come, ad esempio, la Fincantieri.

Un sogno?

Eppure sarebbe una strada percorribile se il Porto di Trapani non fosse ostacolato da sleale concorrenza regionale viciniore.

 

 

 

 

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