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IL GRIDO DEI GARIBALDINI

di Tonino Perrera

Quando Vittorio Emanuele II divenne Re d’Italia, il 17 marzo 1861, il nuovo Regno ancora non includeva né Venezia, né Roma.

Dieci giorni dopo, Cavour sostenne che solo Roma poteva essere la capitale d’Italia, pronunciando le seguenti parole: “La scelta della capitale è determinata da grandi ragioni morali. È il sentimento dei popoli che decide le questioni ad essa relative. Ora, o signori, in Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali, che devono determinare le condizioni della capitale di un grande stato. [...] Ho detto, o signori, e affermo ancora una volta che Roma, Roma sola, deve essere la capitale d’Italia”.

Ovviamente questa affermazione si scontrava con lo Stato Pontificio che non intendeva rinunciare al suo potere temporale.

Tutte le regioni del nuovo regno, soprattutto quelle meridionali, sentivano fortemente la “questione romana” e Garibaldi, nella sua Caprera, aspettava il momento favorevole per entrare nuovamente in azione. Ciò avvenne nel giugno 1862 quando Garibaldi venne in Sicilia dove, a Palermo e a Marsala, fu accolto in modo entusiastico. E’probabile che egli volesse saggiare di persona la popolarità della politica democratica e di un’eventuale ripresa di iniziativa rivoluzionaria. Pare che fu proprio a Marsala che qualcuno tra la folla gridò “O Roma o morte”, frase che Garibaldi fece sua, giurandola solennemente durante una messa nella chiesa di Maria Vergine Immacolata di Marsala, e che poi divenne il motto della nuova impresa garibaldina.

Il 1° marzo 1862, quindi circa tre mesi prima della venuta di Garibaldi, la Giunta Municipale di Trapani ritenne di rendere pubblico il proprio pensiero con un documento (fig.1) che trascriviamo integralmente:

L’anno milleottocento sessantadue, il dì primo marzo, dal Palazzo Comunale di Trapani.

La Giunta Municipale di questa Città, facendosi interprete de’ non dubj sentimenti de’ cittadini da essa amministrati su ciò ch’è voto cocente e precipuo di tutti gl’italiani, che, cioè sia resa all’Italia ROMA, vera e legittima sua Capitale; e traendo argomento dalle ultime manifestazioni di questi abitanti, alle quali furono incitamento le impudenti parole del Cardinale Antonelli a S.E. il sig. di Lavallette;

Considerando di che esiziali conseguenze possa esser cagione non pure all’Unità politica del Regno italiano, ma eziandio alle coscienze de’ suoi cattolici abitanti l’esistenza ancora protratta della dominazione temporale de Papi, la cui cessazione se fu desiderabile in altre condizioni di tempi, è fatta inevitabile di questi dì che tanta parte d’Italia ha riavuta, la Dio mercè, la sua libertà e indipendenza;

Considerando come sia imperioso debito di giustizia restituire all’Italia una provincia dell’Italia, senza la quale essa, grande e possente nazione, rende immagine quasi di corpo acefalo, né potrebbe dicevolmente e compiutamente vivere la vita de’ popoli liberi, e slanciarsi, secondo sue forze, nel movimento europeo;

Considerando come sia verissimo che “dopo essere stata eccezione alla civiltà contemporanea, la dominazione papale diventa un’assurdità, un’ingiuria all’Italia e un’onta alla civiltà” e finalmente come la sua cessazione sia indispensabile per restituire alle turbate coscienze la fiducia e la pace; alla religione la sua antica purità ed indipendenza, miseramente avvilite nei mondani interessi e bassamente venduta, quest’ultima, a’ Signori stranieri !

E’ venuta nell’unanime proposito di prendere atto delle sovraesposte considerazioni in questo documento che vien fatto di pubblica ragione, segnato delle firme e munito del suggello del Municipio”.

Il Sindaco Michele Fardella

Gli Assessori Gaspare Patrico, Giuseppe D’Alì, Pietro Todaro

Il Segretario Francesco Piombo”.

E’ interessante vedere come le coscienze dei trapanesi sentissero così profondamente il problema della “liberazione” di Roma sia dall’assoggettamento al potere temporale dello Stato Pontificio che dall’ingerenza di potenze straniere come la Francia di Napoleone III.

Il resto della storia è cosa nota, la marcia di Garibaldi verso Roma viene fermata in Aspromonte dall’esercito regio, Garibaldi viene ferito e poi arrestato assieme alle “giubbe rosse” (fig.2).

Passeranno ancora quattro anni per l’acquisizione del Veneto e otto anni prima che Roma diventi parte integrante del Regno d’Italia.

 

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