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Una pagina dimenticata della nostra storia

di Michele Rallo

Nell’aprile del 1919 – abbiamo già avuto modo di parlarne – l’antagonismo fra Italia e Grecia in Turchia era esploso clamorosamente. Colpa della doppiezza inglese, che aveva promesso Smirne contemporaneamente a noi e ai greci. Il fronte delle Quattro Grandi si era repentinamente dissolto, con USA e Gran Bretagna (e in misura minore la Francia) a sostenere apertamente le ragioni degli ellenici contro le nostre.

Ma non era questo soltanto il punto, perché i nostri cari alleati approfittavano della situazione per mettere in discussione l’intero complesso delle richieste italiane alla Conferenza della Pace. Già il 13 aprile – quando a Parigi si apriva la discussione sul memoriale italiano – il governo di Roma era messo con le spalle al muro. Il Presidente americano, Thomas Woodrow Wilson, opponeva il veto ad ogni richiesta italiana per Fiume e la Dalmazia, ed i rappresentanti inglesi e francesi lo appoggiavano prontamente su tutta la linea, ufficializzando così una rottura insanabile con l’Italia.

E non soltanto le richieste italiane erano respinte dagli alleati, ma Wilson proponeva addirittura che all’Italia si togliesse la fascia più orientale dell’Istria, che avrebbe dovuto essere unita con Fiume per formare uno “Stato Libero” da porsi sotto l’autorità della Società delle Nazioni. Gli italiani erano annichiliti, ma non arretravano. Il 20 aprile il nostro Presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando, leggeva una dichiarazione dura e spartana, che sottolineava l’irrinunciabilità di talune richieste («Fiume e la Dalmazia sono italiane») e adombrava addirittura la possibilità di un abbandono della Conferenza per protesta.

LA “LETTERA APERTA” DI WILSON

Ma neanche Wilson si tirava indietro, e il 23 aprile – con un atto di megalomania oltre che di scortesia unica negli annali della diplomazia mondiale – faceva pubblicare sulla stampa francese una “lettera aperta” che, scavalcando i governanti, si rivolgeva direttamente ai cittadini italiani, chiedendo che questi si pronunciassero contro i loro stessi interessi.

Il Presidente americano esordiva dicendo che il Patto di Londra era stato «un accordo privato» dell’Italia con Inghilterra e Francia; accordo che aveva perso ogni validità dal momento che «altre potenze grandi e piccole», successivamente entrate in guerra, non lo avevano ufficialmente ratificato.

Proseguiva affermando che agli Stati Uniti era toccato di stabilire i princìpi cui dovevano attenersi i belligeranti del campo intesista e di vigilare perché la pace potesse realizzarsi sulla base di questi princìpi. Incredibilmente, citava come esempio la pace giugulatoria e sommamente ingiusta che ci si apprestava ad imporre alla Germania: «La guerra si è chiusa proponendo alla Germania un armistizio e una pace che dovevano essere fondati su certi princìpi chiaramente definiti che dovevano creare un nuovo ordine di diritto e di giustizia.». Ora, partendo da questa premessa così benevola, «noi non possiamo domandare al grande consesso delle potenze di proporre e di effettuare una pace con l’Austria e di stabilire una base di indipendenza e di giustizia negli Stati che formavano l’impero austroungarico e negli Stati del gruppo balcanico, su princìpi di altro genere.».

Tutto ciò premesso, al fine di realizzare anche con l’Austria e con gli altri Stati successori dell’impero asburgico una pace equanime e solidale come quella che verrà sommessamente proposta alla Germania, «Fiume deve servire come sbocco commerciale non dell’Italia ma delle terre situate a nord e ad est di quel porto: all’Ungheria, alla Boemia, alla Romania e ai paesi nel nuovo gruppo jugoslavo». D’altro canto, ove per assurdo dovesse essere imposta a Fiume la sovranità italiana, questa «non avrebbe potuto non sembrare straniera».

Proseguendo in una personalissima ricostruzione dei fatti e non temendo il ridicolo, Wilson si spingeva fino ad affermare che l’Italia «aveva fatto il supremo sacrificio di sangue e di ricchezze» non per i suoi dichiarati e legittimi scopi, ma per perseguire «la stessa vittoria del diritto».

In conclusione: «l’America è costretta a fare in modo che ogni singola decisione da essa presa sia in armonia con questi principi; e, nella sua fiducia, confida che l’Italia nulla chiederà che non sia coerente, oltre ogni dubbio, con questi sacri obblighi.».[1]

LA RISPOSTA DI VITTORIO EMANUELE ORLANDO

Vittorio Emanuele Orlando, lungi dall’essere spiazzato dal cafonesco comportamento del Presidente USA, reagiva con grande prontezza, e già l’indomani (24 aprile) pubblicava sulla stampa francese una risposta redatta negli stessi inconsueti termini del messaggio di Wilson.

La prima parte della risposta di Orlando era un garbato sfottò: «L’uso di rivolgersi direttamente ai popoli tramite un giornale costituisce certamente una novità nei rapporti internazionali. (…) Se questi appelli ai popoli debbano considerarsi come fatti al di fuori se non contro i governi che li rappresentano, io avrei ragione di grande rammarico.».

Ma la seconda parte era di sostanza: «Il messaggio presidenziale è diretto a dimostrare che le rivendicazioni italiane, al di là di quei limiti che il messaggio indica, offendono quei princìpi su cui deve fondarsi il nuovo ordinamento di libertà e di giustizia fra i popoli.». Orlando negava questo assunto: «Mi sono valso soltanto della forza della ragione e della giustizia, sulle quali credevo e credo che si fondino le aspirazioni italiane.»

Poi passava a contestare alcune delle affermazioni di Wilson, iniziando da quella che il Patto di Londra sarebbe stato inficiato dalla fine dell’impero asburgico: «Non tutti potranno accettare senza riserve che lo sfacelo dell’impero austroungarico debba determinare un ridimensionamento delle aspirazioni italiane. Sarà lecito invece di credere il contrario: e cioè che, proprio nel momento in cui tutti i vari popoli di cui quell’impero constava cercano di coordinarsi secondo le loro affinità etniche e naturali, il problema sostanziale che le rivendicazioni italiane pongono possa e debba compiutamente risolversi. Questo problema è il problema adriatico, nel quale si riassume tutto il diritto dell’Italia, l’antico ed il nuovo, tutto il suo martirio nei secoli, tutto il bene che essa è destinata a recare alla grande convivenza internazionale.»

Né era vero che la decisione di fissare al Brennero la frontiera settentrionale dell’Italia avesse risolto del tutto le sue esigenze di sicurezza: «Il messaggio presidenziale sente la necessità di affermare che con le concessioni in esso contenute, l’Italia abbia raggiunto la muraglia delle Alpi, che sono la sua difesa. È questo un risultato di grande importanza, qualora però di questa muraglia non si lasci aperto il lato orientale e si comprenda nel dominio dell’Italia quella linea del Monte Nevoso che separa le acque che corrono verso il Mar Nero da quelle che scendono verso il Mediterraneo; di quel monte che, fin da quando la prima nozione di “Italia” passò dalla geografia al sentire ed alla coscienza dei popoli, fu dai latini stessi appellato il “Limes Italicus”. Senza di ciò, si lascerebbe in quella mirabile barriera naturale delle Alpi una breccia pericolosa, e si infrangerebbe quell’indiscutibile unicum politico, storico ed economico che è la penisola dell’Istria.»

E, per non lasciar adito a dubbi, Orlando affondava il coltello nella piaga dell’incoerenza wilsoniana: «Io penso che proprio colui che può vantare come legittima ragione di fierezza l’aver proclamato al mondo il diritto di autodeterminazione dei popoli, questo diritto debba riconoscere a Fiume. (…) Se questo diritto si nega soltanto perché si tratta di una piccola collettività isolata, sarà lecito osservare che il criterio di giustizia verso i popoli non muta in proporzione della loro entità territoriale. E se questo diritto si vuol negare per riguardo al carattere internazionale di quel porto, non sono forse Anversa e Genova e Rotterdam dei porti internazionali che servono regioni e popoli diversi senza che tal privilegio sia duramente pagato con la coercizione della loro coscienza nazionale?»

Né il Presidente del Consiglio italiano faceva sconti sulla Dalmazia: «E può dirsi eccessiva l’aspirazione italiana verso la costa dalmata? (…)  Si proclamò a proposito della Polonia il principio che la snazionalizzazione dovuta alla violenza ed all’arbitrio non possa dar luogo a  diritti acquisiti. Perché questo medesimo principio non si applica alla Dalmazia?»

Non era vero – infine – che le rivendicazioni complessive dell’Italia le avrebbero attribuito una aggiunta di elementi etnici diversi che andasse oltre le normali sbavature frontaliere, comuni a tutti i paesi: «Che, se poi a questa rapida sintesi del nostro buon diritto nazionale si voglia far seguire un riscontro nella fredda constatazione statistica, credo di poter affermare che, tra le varie ricomposizioni nazionali che la Conferenza della Pace ha già determinato o si appresta a determinare, nessuno dei popoli ricostituiti conterebbe entro le sue nuove frontiere un numero relativo di gente straniera inferiore a quello che all’Italia sarebbe attribuito. Perché, dunque, proprio le aspirazioni italiane debbono essere sospettate di imperialistica cupidigia?»[2]

L’ITALIA ABBANDONA LA CONFERENZA DELLA PACE

La risposta di Orlando mandava in bestia Wilson. Non sopportava che gli si mancasse di rispetto, che si osasse contestare il suo verbo, e non sopportava soprattutto che si scoprisse pubblicamente il suo gioco scorretto e sleale. I giornali francesi erano ancóra freschi di stampa, quando egli faceva sapere di non essere disposto a modificare di una virgola la sua posizione: l’Italia si era già presa («senza il mio permesso», ricordavo prima) il Trentino, il Sud Tirolo, la Venezia Giulia e l’Istria; adesso, doveva dimenticarsi Fiume e la Dalmazia.

La delegazione italiana si rendeva conto della gravità della situazione, e reagiva in modo clamoroso: appropriato, ma – come l’evolversi della situazione dimostrerà in un secondo tempo – sbagliato. Non si percepiva in quel momento, infatti, che gli antichi alleati avevano ormai perso anche l’ultimo brandello di pudore e non si sarebbero presi l’incomodo neppure di mascherare il loro comportamento vigliacco.

Così, due giorni dopo, il 26 aprile, Vittorio Emanuele Orlando comunicava l’abbandono per protesta della Conferenza della Pace da parte della delegazione italiana.

Quali le ragioni di questa decisione, che – ripeto – ancorché pienamente giustificata si sarebbe rivelata poi sbagliata? Innanzitutto, una valutazione di ordine generale: il nostro governo riteneva che l’abbandono da parte dell’Italia avrebbe messo in gravissima crisi la Conferenza della Pace (già zoppa per l’esclusione dei Paesi vinti) ufficializzando la dissoluzione della coalizione vincitrice. Peraltro, non era ancòra stato firmato alcun trattato di pace, e quindi – teoricamente – la minaccia italiana avrebbe dovuto scuotere alle fondamenta l’edificio della Conferenza.

Ma la posta in gioco era troppo alta per essere influenzata dalla prassi diplomatica. In gioco c’era il dominio del mondo da parte del blocco anglosassone, e certamente non poteva essere consentito alla piccola Italia di intralciare questo progetto. Quindi – con Roma o contro Roma, con le regole della diplomazia o contro le regole della diplomazia – il lavoro doveva essere portato a termine. E il presidente Wilson era pronto a mostrare tutta la squallida muscolatura del ricatto economico della potenza americana per ottenere ciò.

Quanto ad inglesi e francesi, non soltanto non facevano una piega, ma approfitteranno anzi della situazione per varare allegramente la deflagrante invasione greca dell’Anatolia occidentale.

Gli italiani non capivano la vastità del gioco. Abbandonavano la Conferenza con grande clamore, sicuri di avere messo a segno il colpo che avrebbe indotto gli alleati a più miti consigli.

Ritorneranno al tavolo delle trattative un mese dopo, con le ali calate e con le pive nel sacco, dopo che gli alleati avranno approfittato della loro assenza per mettere a segno un robusto supplemento di scorrettezze internazionali.

 

 

 

N O T E

[1] Thomas Woodrow WILSON: Messaggio del presidente Wilson. 23 aprile 1919. www.cronologia.it/ [2006]

2 Vittorio Emanuele ORLANDO: Risposta dell’onorevole Orlando al messaggio di Wilson. 24 aprile 1919. www.cronologia.it/ [2006]


 


 

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