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Una pubblicazione di Salvatore Bongiorno

 

Di Salvatore Costanza

Il diorama storiografico in cui Salvatore Bongiorno inserisce la figura di Giovanni Corrao ne chiarisce il ruolo, seppure non sempre lineare, tra spinta sociale e azione politica. Corrao, in fondo, è il simbolo di quel confuso intreccio di rivalse contro il giovane Stato unitario in cui si ritrovano residui legittimisti, disinganni mazziniani, ripulse clericali. Sullo sfondo di una Sicilia delusa e dolente, si salda man mano al movimento contadino una coscienza civile e sociale che avrà i suoi tempi, generosi e maturi, nei Fasci dei Lavoratori e nel solidarismo socialista e cattolico del primo Novecento.

Rivisitare, quindi, la vasta bibliografia sulla Sicilia postunificazione era il modo giusto, non solo per contestualizzare la figura del patriota garibaldino, ma per capire come attraverso i filtri, controversi, della storiografia – quella agiografica alla Falzone, e quella anti alla Cousin – gli si rendesse giusta memoria, al di là dei meriti patriottici, oggi assai sfumati nel giudizio storico di “lunga durata”.

Due le direttrici della ricerca. L’azione militare di Corrao, insieme a quella di Rosolino Pilo, nella preparazione della “conquista” garibaldina del maggio 1860; e il tentativo di organizzare una “sponda” rivoluzionaria col pur diviso Partito d’Azione. Nel raccogliere tutti gli elementi, di cronaca e di giudizi coevi, l’autore di questo denso e accurato volume, ha inteso ricostruire tutte le tessere di un mosaico complesso, da cui la storiografia, e la stessa letteratura (si pensi a Leonardo Sciascia dei Pugnalatori), hanno tratto valenze politiche diverse. Che poi dalla vicenda di Corrao – tra le prime vittime del potere poliziesco dello Stato unitario in Sicilia – si dipanasse il lungo conflitto tra paese reale e paese legale negli anni della Destra storica, è un po’ come la rivelazione del percorso della “conquista regia”, cui si piegò il progetto garibaldino di Unità e Nazione.

La storia non deprime i vinti, né esalta i vincitori. Giudica le circostanze, e le connessioni, in cui si muovono gli uomini. Le “strutture” su cui poggiano gl’interessi sociali non sono stabili come lo sono, spesso, le ideologie che sono, perciò, le più esposte alle crisi ricorrenti, e destinate a ripiegarsi sulla memoria storica. Al di là del generoso attivismo patriottico di Corrao, la realtà sociale dell’Isola imponeva alla classe politica, dopo l’Unità, il superamento del Risorgimento eroico, e dei suoi cascami agiografici, per la costruzione del nuovo Stato da inserire nel contesto internazionale.

Una parte del lavoro, eminente quanto opportuna, Bongiorno la dedica alle contiguità mafiose e ai rapporti di Corrao (come di tutta l’ala democratica garibaldina) con esponenti del ceto feudale siculo, a capo del volontariato (o presunto tale) dei picciotti. Nell’opposizione allo Stato unitario sarebbero rientrati organismi più o meno occulti, dalle mafie locali alla massoneria, entro cui si troveranno esponenti della stessa democrazia radicale, come Saverio Friscia. La mancanza di una alternativa antimoderata restava comunque nelle aspirazioni più che in un progetto politico fondato sul consenso delle masse, contadine soprattutto. Da qui la solitudine degli uomini come Corrao, che si erano battuti per un’Italia unita, ma nello stesso tempo solidale per i ceti sociali più deboli.

La monografia di Bongiorno lascia al lettore, al di là della cronaca politica, una riflessione sui tempi lunghi della lotta politica e sociale della Sicilia, dal drammatico biennio 1861-63 alla rivoluzione del sette e mezzo di Palermo, ai moti contadini di fine Ottocento. La vasta rassegna bibliografica utilizzata dall’autore per ricostruire biografia e azione politica di Giovanni Corrao viene utilizzata, quindi, in funzione di sequenze storiche che si raccolgono, tutte, attorno alle vicende più dolorose e inquietanti originate dall’azione dello Stato unitario in Sicilia. Tra le opposte interpretazioni del Risorgimento, da una parte la storiografia accademica, e dall’altra il revisionismo estremo della pubblicistica che ha condannato “l’operazione autocratica, coloniale e predatoria” dell’Unità d’Italia, l’opzione dell’autore è per quest’ultima, perché vuole reggersi, almeno, sul bisogno di superare vecchi stereotipi e codificate falsificazioni.

Non perciò un libro accademico di storia, ma un messaggio provocatorio per discutere delle nostre, odierne, ambiguità politiche e sociali. Un sussidio (dotto di riferimenti e parafrasi) a una lettura della storia, per cavare dalle nostre pesanti eredità un monito per il presente.

 

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