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La “Mastra” e le “Sartine”

di Diego Bulgarella

Anna era una scolara perfetta: apparteneva ad una famiglia molto umile, numerosa; era la secondogenita di nove fratelli: sette ragazze e due maschi. Aveva frequentato sempre con profitto più che meritevole le scuole elementari. Da piccola era la “scrivana” della famiglia e del vicinato. Quasi tutti, analfabeti, si rivolgevano a lei per scrivere ai familiari lontani, ai fidanzati o per far ripetere lezioni ai vicini più piccoli. Le lettere che scriveva, semplici e chiare, sembravano uscite dalla penna di persona più matura ed istruita. Ma quando finì il periodo delle scuole elementari, nonostante la raccomandazione del maestro e del direttore della scuola, dovette dire addio alle sue attitudini “letterarie” e alla sua voglia di proseguire gli studi.

Non frequentando più la scuola, fu costretta a dedicarsi interamente alle faccende di casa; poiché era molto intelligente, riuscì a dare un valido aiuto alla sua famiglia numerosa e povera. Per i fratelli e le sorelle rappresentava una seconda mamma; i più piccoli le davano del “vossia”, riconoscendole autorità ma anche tanto affetto. Non dimenticò però mai il suo amore per la scrittura e la lettura: qualunque libro le capitava tra le mani lo divorava.

La nonna paterna insistette molto con la nuora perché la ragazza potesse andare a far pratica presso una sarta che lei conosceva sin da ragazzina. Erano state, infatti, compagne di scuola e poi di sartoria.

A quel tempo (eravamo alla fine dell’ottocento), le sartorie per signora lavoravano moltissimo perché tutto veniva cucito a mano ovvero con le macchine a pedale che cominciavano ad affacciarsi nel settore; perciò anche gli abiti comuni, che venivano indossati giornalmente dalle signore, erano cuciti dalle sarte. In questi laboratori la “mastra”, cioè la titolare o la capo-sarta, era circondata da uno stuolo di praticanti che avevano dagli otto anni sino ai venti o poco più. Prendevano riferimento dai modellini che si richiamavano all’ultima moda Parigina.

Nelle grandi sartorie vi erano pure delle dipendenti che avevano già superato il periodo di praticantato e che, riconosciute valide, rimanevano nello stesso laboratorio perché, per motivi diversi, non si erano messe in proprio: erano le “sartine” che avevano cura delle più piccole e che insegnavano loro, pian piano, giorno per giorno, con gran pazienza, i segreti dell’arte. La pratica durava almeno 8 anni, ma arrivava anche ai 12-15 per alcune ragazze che preferivano tenersi occupate piuttosto che rimanere relegate a casa; in tal modo diventavano delle vere esperte nel campo e, nell’ambito familiare o del vicinato, riuscivano a racimolare qualche piccola commessa che, ovviamente, veniva retribuita molto poco. Tutto ciò con grandi sacrifici, perché il tempo disponibile era pochissimo e, di solito, nelle ore notturne.

Come succedeva presso i barbieri, le Sartorie rappresentavano luoghi d’osservazione ideali per comprendere le vicende piccole e grandi, per interpretarle, per giudicarle: erano il centro delle informazioni di tutti i fatti che accadevano nella Città, ma non soltanto. La vita quotidiana s’inseriva nella storia delle vicende più umili e pur rappresentative di quel mondo esterno, fatto d’eventi più grandi, che sfioravano quelle anime, ma che qualche volta le colpivano direttamente in maniera drammatica e inevitabile.

Si parlava delle piccole cose, come pure dei grandi avvenimenti, e si conoscevano le caratteristiche e le attitudini di tutti, specie nel campo femminile: perciò non sfuggiva se qualche signora avesse l’amante, se spasimava per un tale o per qualche altro, o se era corteggiata dal Tizio o dal Caio, se al contrario era una signora irreprensibile o se sfiorava la bigottagine; c’era sempre un ricamare di pensierini o d’aneddoti, più o meno veri, che circondavano le varie figure che frequentavano quei locali. Per non parlare dei giudizi e dei riferimenti che riguardavano gli uomini. Era il modo di tenere conversazioni durante le 12 o 13 ore di lavoro. Tanto durava la giornata delle sartine e delle lavoranti!

La “mastra”era considerata la signora assoluta: di fronte ad un comando o ad un rimprovero nessuno osava fiatare, nemmeno le aiutanti più anziane con le quali c’era molta familiarità, ma anche molto rispetto reciproco: ciascuna recitava il proprio ruolo e non si azzardava ad obiettare alcunché di fronte a qualsiasi osservazione della “capa”.

Le aiutanti in età da marito cercavano di tenere un contegno più misurato perché non era raro il caso che esse venissero individuate dalle signore dell’alta borghesia o della nobiltà, che frequentavano la Sartoria, per proporle in matrimonio a qualche giovane che lavorava nella sfera della propria famiglia e che era stato raccomandato dai genitori o dai parenti stretti: si trattava in genere di giovani che avevano sempre fatto i garzoni nelle case signorili e che poi, più adulti, avevano bisogno di accasarsi, magari rimanendo a servizio, con la nuova famiglia, dagli stessi signori.

Era un modo per rimettersi al giudizio dei propri padroni, acquisendone ovviamente la fiducia per quell’atto di discernimento che era a loro conferito. Tutto ciò era il residuo delle osservanze del feudalesimo, naturalmente adeguato all’evolversi dei tempi.

Le Signore proponevano le ragazze che individuavano e che, secondo il loro giudizio, possedevano le virtù e le abilità più adatte per l’eventuale unione.

Per tale motivo chiedevano informazioni dettagliate presso le persone che disponevano di un osservatorio adeguato. Chi, meglio delle “mastre” delle sartorie, aveva la possibilità di conoscere morti e miracoli di tutto e di tutti?  In particolare, le proprie lavoranti offrivano un palcoscenico naturale e spontaneo sul quale potere mettere in evidenza le caratteristiche umane più essenziali e di esse, sempre con molta benevolenza, facevano di volta in volta risaltare per favorirle.

In questo modo si delineavano i fidanzamenti “seri” che approdavano al matrimonio dopo un certo numero d’anni, quelli necessari per completare la dote della ragazza e per consentire ai giovani di raggranellare un piccolo gruzzolo occorrente per far casa.

Anna venne affidata alla Signora P…, titolare dell’omonima Sartoria per signore: aveva appena compiuto dodici anni; per tale motivo era considerata “fuori età”, perché avrebbe dovuto iniziare quella pratica quattro o cinque anni prima. Ma lei, con le sue attitudini sempre pronte a qualunque attività, riuscì in breve, con meraviglia di tutte le altre compagne, a colmare il distacco iniziale.

Anche in quell’ambiente s’inserì bene e si fece apprezzare per le sue doti naturali che ispiravano tenerezza e simpatia: tra un lavoro e l’altro si prestava per scrivere lettere a qualche compagna più grande che era analfabeta, che aveva il fidanzato lontano, emigrato o che stava assolvendo gli obblighi di leva, nel Real Esercito o, più spesso, nella Real Marina.


 

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