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Iniziata la corsa per riparare i danni

di Vito Di Bella

Con due passaggi a stretto giro il Governo prima fissa la data per la consultazione referendaria proposta dalla CGIL e dopo sterilizza lo stesso referendum.

Verosimilmente non si voterà più il 28 maggio 2017, nelle more dell’approvazione da parte del Parlamento del D.L. n. 25 del 17 marzo 2017, entro i 60 giorni canonici, e della decisione della Cassazione sulla caducazione della materia del referendum popolare proposto.

Il Sindacato aveva chiesto ed ottenuto il voto popolare sull’abrogazione delle disposizioni in materia di lavoro occasionale accessorio e sulla responsabilità solidale del committente negli appalti.

L’Esecutivo ha ritenuto di emanare un decreto ad hoc con il quale abroga i voucher a decorrere dall’1 gennaio 2018 consentendo l’esaurimento entro l’anno dei buoni già acquistati. Il decreto inoltre contiene disposizioni abrogative delle norme sugli appalti, limitative del principio di solidarietà fra committente e appaltatore.

La soluzione politica adottata sta suscitando giudizi e commenti contrastanti nel tessuto socioeconomico del Paese. Pare che gli stessi Sindacati CISL e UIL verosimilmente avrebbero preferito un sistema di voucher cambiato ma non abolito, piuttosto riportato allo spirito originario.

Per un più puntuale orientamento del lettore vale qualche richiamo.

Questo giornale ha avuto modo di illustrare ai lettori i punti di forza e di debolezza dei voucher (nr. 5/2016).

Il lavoro occasionale di tipo accessorio è stato regolato ab origine dalla legge Biagi del 2003 per pagare ad ore piccoli servizi resi alle famiglie o lavori meramente saltuari prestati da pensionati e studenti. Uno strumento pensato per riportare nella legalità lavoro altrimenti prestato in nero.

Negli anni è stato ampliato il tetto di fruizione dei percettori, da 3000 a 7000 euro annue esentasse, e, soprattutto, è stato generalizzato l’accesso ai buoni lavoro ad ogni tipo di attività produttiva, eliminando i vincoli di natura oggettiva e soggettiva (Governo Monti, Governo Letta, Job Act).

Le modifiche normative apportate hanno allargato la platea degli utilizzatori ed hanno consentito un diffuso uso distorto dello strumento per mascherare rapporti di lavoro dipendente meglio tutelati ma più costosi.

In pratica, l’uso corrente dei voucher è passato dalle famiglie alle imprese dell’Industria, dell’Artigianato, dei Servizi, dell’agricoltura, del Terzo settore, della Pubblica   Amministrazione, del Sindacato.  L’aumento dei voucher dai 535985 del 2008 a 133.827.843 del 2016 e dei prestatori di lavoro da circa 500.000 agli attuali 70 milioni circa ha creato, di fatto, lavoro irregolare piuttosto che combatterlo. Né pare abbia raggiunto i risultati sperati la tracciabilità introdotta nell’ottobre 2016.

L’abolizione degli artt. 48/49/50 della legge 81/2015, così detto Job Act, sul lavoro occasionale di natura accessoria lascia ora un vuoto normativo su una materia che continua ad esistere nell’ombra.

L’art. 29 della legge Biagi dispone che nel caso di appalto di opere o di servizi il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere al lavoratore i trattamenti retributivi, il TFR ed i contributi previdenziali dovuti.

La norma ha subito diverse modifiche, fino al 2012 con la legge Fornero che ammette la deroga alla responsabilità del committente da parte della contrattazione collettiva nazionale. Inoltre l’azione esecutiva da parte del lavoratore può essere intentata nei confronti del committente solo dopo l’infruttuosa esecuzione sul patrimonio dell’appaltatore e degli eventuali subappaltatori.

In verità la vigente formulazione legislativa non assicura una parità di diritti a tutti i lavoratori occupati in appalti o subappalti, specialmente nei casi di cambi di appalto o esternalizzazione di servizi da parte di imprese border line.

Dato per scontato il politicamente corretto, la soluzione tranchant scelta non risolve di certo queste problematiche agitate nel nostro sistema di welfare.

Lo stesso Presidente del Consiglio riconosce la necessità di rispondere all’esigenza creata dall’eliminazione dei voucher con una regolarizzazione seria del lavoro saltuario ed occasionale.

Si guarda ai sistemi europei alla ricerca di esperienze validate.

In Francia e in Belgio per l’area familiare esiste una piattaforma telematica alla quale si registrano i prestatori e i committenti che scelgono alla bisogna sulla base di curricula e garanzie, pagando poi on line il servizio richiesto.

Il sistema presuppone una piattaforma informatica gestita e una rete frequentata, compito che potrebbe essere magari affidato all’INPS che dispone già di un sistema informatico collaudato, di concerto con gli uffici postali che hanno una diffusione capillare sul territorio.

In Germania sono diffusi i Mini Job, un sistema che ricomprende rapporti di lavoro con le imprese pagati con non più di 450 euro al mese, esentasse per i lavoratori ed a contributi previdenziali ridotti per le imprese.

Va osservato, ad ogni buon fine, che in Italia esiste già una tipologia flessibile di contratto di lavoro che le imprese possono utilizzare: il contratto a chiamata (job on call) limitato a 400 ore annue e diretto a fasce di lavoratori con età under 25 e over 55. L’eliminazione dei limiti di tempo ed età estenderebbe la praticabilità di un rapporto di lavoro dipendente assistito da tutele sociali.

In buona sostanza, le criticità presenti nel lavoro occasionale e negli appalti richiedono una soluzione non rinviabile. Le imprese e le famiglie bene intenzionate devono essere messe nelle condizioni di potere operare nella legalità ed i lavoratori devono avere certezze nel loro operare.

Provvedimenti concordati con il Sindacato prevedibilmente avranno maggiore possibilità di efficienza ed efficacia.

 


 

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