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SALVATORE GRIMALDI ERA ALL’ORFANOTROFIO CON TOTÒ SCHILLACI

Raccontare la storia di una vita, in genere è semplice, tuttavia, narrare quella di Salvatore Grimaldi, trapanese di 52 anni, diventa assai diffcile.  Non gà per il racconto della sequenza della sua esistenza, ma per l’impossibilità di trasmettere al lettore l’amore e la rabbia moderata che contemporaneamente trapelano dalla sua voce. Un uomo che non ha conoscito la fanciullezza e men che meno l’adolescenza, mentre il resto della vita l’ha trascorso per ricostruire la propria identità.

Si presenta pulito e con una esposizione dei fatti in perfetto e corretto italiano ed una lucidità incredibile.

Salvatore Grimaldi è noto a Trapani  per essere stato intervistato da giornali, riviste, radio e avere partecipato a trasmissioni televisive fino al Maurizio Costanzo Show.

Eppure mai nessuno lo ha aiutato. Salvatore è tenace, caparbio ma molto onesto nelle sue argomentazioni. Non manca di sottolineare come la sua condotta morale, nonostante le avversità della vita e qualche  umano errore, sia stata ispirata da una educazione religiosa.

E’ stato ritrovato in fasce,  abbandonato a bordo di una barca attraccata al porto di Trapani nel 1965.

Da qui è stato trasferito al nosocomio trapanese perché presentava segni di grave denutrizione. Subito dopo fu ospite di vari istituti per fanciulli e, dopo anni di sofferenza, oggi si chiede ancora cosa è stata e cosa dovrà fare della sua vita.

Ma cerchiamo di mettere ordine nelle sue vicissitudini attraverso la sua stessa collaborazione.

 

“ I miei primi quindici anni di vita li ho trascorsi tra l’Ospizio Marino e la Casa del fanciullo Pio X di Villa Betania a Valderice in compagnia di sacerdoti e suore che mi hanno insegnato l’amore per il prossimo, la rettitudine e la pia misericordia. Insegnamenti che mi hanno e continuano ad accompagnare per la vita.

Un giorno, ormai adolescente, ma per forza di cose già maturo, senza mai capire l’istintività dell’atto, diedi un morso ad una potenziale madre affidataria alla quale volevo oppormi. Questa reazione incontrollata mi portò all’Ospedale psico pedagogico trapanese diretto, all’epoca, dal vecchio dottor Tripi.  Qui, in un momento di assenza del medico, diedi una sbirciatina al mio fascicolo, rimasto aperto sul tavolo, scoprendo che in esso erano presenti quattro foto di giovani riconducibili alla mia famiglia. Una famiglia che non avevo mai saputo di avere e dei fratelli che, con ricerche successive, venni a scoprire essere ben 14.

Da quel momento,lo scopo della mia vita fu quello di trovare sia mia madre che i miei numerosi fratelli.

Inanto, all’età di circa 16 anni, il compianto mons. Campanile mi chiama e, a brucia pelo mi chiede cosa volessi fare nella vita. La prima occasione che si presentò fu quella di iscrivermi al corso di sotto ufficiale dell’Esercito. Purtoppo, a causa di una cicatrice, fui scartato. Cicatrice che, però, non mi impedì di essere fatto abile per il servizio militare di leva.

Qui, durante un turno di guardia armata, mi scontrai con un ufficiale. Mi avevano detto di intimare “alt” e chiedere “chi va là” se si fosse avvicinato qualcuno. Cosa che feci regolarmente, ma l’ufficiale, inspiegabilmente, non gradì questa mia solerzia e mi mise a rapporto.

Durante il servizio di leva ho anche assistito a vicende di nonnismo e violenze da parte dei “vecchi” verso le nuove reclute. Contravvenendo alla prassi militare e senza far caso alla mia incolumità, ho denunciato 15 “nonni”. Una denuncia che proveniva dall’insegnamento religioso, ma anche da una rabbia repressa che mi tormentava per le ingiustizie da me stesso patite nella vita.

Questo atto fu premiato dai superiori che mi assegnarono una medaglia d’oro e gli onori militari.

Ovviamente, venni trasferito per timore di rappresaglie.

Ma questo è un episodio successivo. Il vero scopo della mia vita era quello di trovare mia madre e conoscere la mia famiglia.

Come già detto, avevo sedici anni quando,dopo lunghe peripezie, e grazie alla sbirciatina data al fascicolo del medico, riuscii  a risalire a mia madre.

Era alcolizzata e viveva in un tugurio al Lazzaretto, in una camera indecente e con il bagno in comune a tutti ,lontano dalla sua stanza. Si chiamava Bernardina e, a causa del suo alcolismo, era ben nota nel centro storico. La aiutai a lavarsi e cambiare gli abiti, se così si potevano chimare quegli stracci che aveva per “ricambio”.Cercai di vivere con lei ma il degrado, la sporcizia, i topi e forse anche le cimici, oltre alla lontanaza di un gabinetto, rendevano vano ogni tentativo di “umanizzare” una vita.

A questo punto andai alla ricerca disperata di un aiuto per civilizzare la vita di una persona senza soldi,senza reddito e malata. Mi recai al Comune per parlare con il sindaco dell’epoca che era Erasmo Garuccio. La risposta che ricevetti fu vaga e certamente disinteressata alla questione. Chiedevo un sussidio ed una casa popolare. Dopo lunghi mesi, non avendo ricevuto alcun segno da parte del Sindaco e degli uffici di assistenza, preso dallo sconforto, feci irruzione nella sala riunione della Giunta e, senza capire cosa stessi facendo, ho sbatuto con forza un bastone sul tavolo.

Questo mio inconsulto gesto, mi spiegai dopo, avveniva per quella rabbia che nutrivo dentro e che ancora incosciamente, probabilmente nutro, al cospetto delle ingiustizie, ma soprattutto perché registravo un abisso tra la gente povera e realmente  bisognosa e la scarsa considerazione di burocrati e politici che sguazzavano nel benessere.

E’ questa manzanca di sensibilità e questa distanza inumana che ancora oggi mi avvilisce e amareggia. Dopo questo epsodio,il sindaco, con una sua ordinanza, mi fece ricoverare al day hospital dell’Ospedale psichiatrico. Qui rimasi i tre giorni previsti  e fui dimesso perché matto non ero.

Io, che amo leggere ed aggiornarmi, riconosco i miei pregressi discutibili comportamenti,  mai violenti, come conseguenza di un disturbo della personalità. Dove, ho letto, che  il termine sta per <  disturbi del comportamento causati da un conflitto psicologico che, unito allo stress, crea instabilità nella propria quiete interiore. Le cause possono risalire ad un’infanzia mai vissuta nel tempo.>

Ritornando alla “cronaca”, dopo tre giorni dal mio ricovero, assieme alle dimissioni, sono arrivati il sussidio e l’assistenza per mia madre.

Sistemata, o quanto meno recuperata ad una vita più degna la mia genitrice, ritornai a Villa Betania e da qui iniziai la folle ricerca degli altri tredici fratelli.”

 

A questo punto Salvatore, da me invitato, accetta di fare una pausa. Ma anche in questa occasione continua a parlare dei genitori e degli sforzi fatti per comprare un loculo per 99 anni alla madre e una celletta con tanto di lapide per il padre.

Ritornando all’intervista, che poi è un monologo di racconti e di sfoghi, riprende il discorso della ricerca dei fratelli.

 

Ho ricostruito tutto attraverso i fascicoli del tribunale dei minori. Tanti anni di ricerca durante i quali ho perso le occasioni per pensare a me stesso.

Il primo che ho trovato è stato Giuseppe, anche lui rinvenuto, neonato, in una imbarcazione simile alla mia. Giuseppe, che era il settimo dei 14 figli, ospitato nell’istituto di Nocera Inferiore, è morto all’età di 50 anni, sempre presso un istituto.                        Sapevo, poi, di avere un fratello a Partinico che, pur chiamandosi con altro nome, la gente lo conosceva come Salvatore. Successe così che un giorno telefonai ad una mia sorella presentandomi come Salvatore, questa pensava fossi quello di Partinico, ma io mi presentai come il vero Salvatore di Trapani. Rimase senza parole mentre, attraverso la cornetta, sentivo una signora urlare e chiedere con chi parlasse. Venne subito al telefono e, con voce autoritaria e alterata, dopo avere accertato chi fossi, mi chiese cosa volessi. Dissi che volevo riunire tutti i fratelli per conoscerci in una cena familiare. Mi rispose che mia sorella non era disponibile e che la vera madre era ormai lei. Mi disse anche che mai e poi mai avrebbe acconsentito ad un incontro anche con la madre biologica perché l’aveva abbandonata senza scrupoli e mai cercata. Rimasi senza parole,ma col senno del poi, compresi le sue ragioni.  D’altronde, ero anch’io vissuto in istituti dove il padre erano i sacerdoti e la madre le suore. In particolare, il mio vero padre putativo è stato mons. Antonio Campanile.

Proseguendo la mia battaglia solitaria, con la caparbietà che mi contraddistingue, ho fatto avere la casa popolare a mia madre che, per la prima volta in vita sua, ha conosciuto il significto di un tetto ed un letto proprio. Inoltre, il sussidio di 300 mila lire del tempo, le consentirono un pasto quotidiano che prima non aveva mai avuto.

Gli anni scorrevano ed io, per amore di questa madre ritrovata e nella speranza di affetto da e verso i diversi fratelli, mi ritrovai avanti con l’età, senza un vero mestiere e un lavoro.

Una cosa era ormai certa: la riunione di famiglia non si sarebbe mai tenuta.

Per25 anni ho atteso qualche lavoro trimestrale grazie alla iscrizione nell’Ufficio di collocamento nel  registro dei disoccupati.

Dopo 25 anni di reale disoccupazione, durante i quali avevo maturato una buona posizione nel registro dell’avviamento al lavoro, quei politici, sempre più lontani dalla realtà sociale, hanno cancellato i “cantieri scuola” di lavoro per disoccupati sostituendoli con i “Cantieri di Lavoro”e annullando d’un colpo, 25 anni di iscrizione alla disoccupazione. Lo scopo era quello di impoverire ancor di più i miserabili indigenti a favore di una politica di risparmi a danno degli stessi. In poche parole, ho accertato che, mentre i cantieri scuola imponevano i versamenti di contributi erariali e quindi riconoscevano un periodo di disoccupazione con sissudio, i cantieri di servizio non versavano più i contributi e non riconoscevano periodi di disoccupazione.

Ancora mi chiedo: <ma è possibile questo distacco totale tra le istituzioni che dovrebbero tutelare i cittadini e la gente più debole che dovrebbe esseretutelata?>

La risposta è: <Si, e cresce sempre più>.

Intanto gli anni trascorrevano senza che io sapessi mai cosa fare della mia vita. E’ questa una domanda che mi pongo anche adesso che sono costretto a vivere con 280 euro al  mese di sussidio.

Tra le mille iniziative intraprese, trovai il tempo per studiare e conseguire anche un diploma di “Cameriere al tavolo”.

 

Ancora una volta fermo il “vulcano” Grimaldi e lo invito ad una pausa perché c’era molta carne al fuoco che doveva essere attenzionata e riferita con esattezza.

Durante l’ultima sosta mi mostra alcune foto. In una di esse, scattata a Villa Betania, sono ritratti, assieme a lui, altri ospiti. Mi fa notare che quel bambino, abbracciato all’assistente Scavuzzo. si chiama Salvatore Schillaci poi divenuto Totò Scillaci, attaccante della nazionale italiana di calcio.

“Sono contento per il successo nella vita di Totò Schillaci, – riprende Salvatore. – almeno uno di noi ha trovato la fortuna che sicuramente è segnata nel destino di ognuno.

Di recente – conclude Grimaldi – sono stato ricevuto dal vescovo Fragnelli. Per me, abituato tra preti e suore, è stato come un ritorno a casa.

Al vescovo ho raccontato  le mie vicissitudini e, a coclusione, non ho chiesto assistenzialismo, ma l’aiuto a trovare la mia dignità di uomo”.

 

Finisce qui la lunga intervista che ci lascia mortificati verso le classi sociali meno abbienti, confermando una nostra consapevolezza: le istituzioni, soprattutto quelle politiche, più che servire i cittadini, sono vere associazioni create per arricchire chi le comanda e le istruisce. I deboli diventano così lo scopo della loro esistenza e non certo l’oggetto del loro lavoro.

Ma questo, infondo, è risaputo.

M.A.C.


 

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