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Il PD e il suo travaglio

di Salvatore Costanza


Abbattuta, nel 1998, la “Quercia” del PDS, l’“Ulivo” nato dalla fusione a freddo di Margherita ed ex-comunisti non andò mai al frantoio dell’olio socialdemocratico. Fuori di metafora, le due “anime” (morte) di gogoliana memoria – il marxismo/leninismo e l’integralismo cattolico – seppellirono le loro ideologie, ma lasciarono intatti patrimoni di immobili, sodalizi parlamentari, privilegi di sottogoverno e sottoboschi di clientele. Matrimonio d’interesse, dunque, con “separazione di beni”, fino al divorzio di questi giorni.

Per i giovani che non hanno conosciuto la stagione delle Utopie di mezzo secolo fa, – il mondo rigenerato dagli ideali di giustizia e libertà – le periodiche transumanze politiche, dentro il pulviscolo di partiti e movimenti a ridosso di notabili e pseudo/fondazioni, non sono che la manifestazione univoca del potere, che ridisegna tempi e modalità del proprio assetto.

Amaro, invece, il distacco (e il rimorso) per gli anziani. Quella specie di “escatologia” che muove gl’Italiani a sperare che qualcuno possa provvedere al riscatto della buona politica, ha ormai una storia ultraventennale, da Berlusconi a Renzi. Alla prova dei fatti, il bilancio è per lo più negativo, perché il “contesto”, entro cui si muovono le ventilate riforme, è sempre lo stesso: il tentativo, cioè, di saldare il potere personale di chi assume il Governo con gli interessi delle attuali egemonie economiche. Per di più, col cappio sopra le teste di una Comunità Europea preoccupata solo dei bilanci finanziari e delle regole del mercato.

Lasciando a Renzi il beneficio di una certa buona volontà nel districarsi in questo groviglio, bisogna comunque segnare le scelte sbagliate del suo triennale Governo. Tre anni, non sono pochi in una fase critica come la nostra, che chiedeva urgenti e strutturali interventi per l’economia, il lavoro, la difesa dell’ambiente, l’emergente problema degli immigrati. Il vocabolario inglese (jobs act, voucher) non basta per qualificare riforme che non reggono di fronte al gravoso e  drammatico deficit di occupazione giovanile.

Ai vuoti di credibilità e di efficienza delle riforme – come la buona scuola peripatetica degli insegnanti, sbalzati da un posto all’altro – si è voluto affiancare un castello di riforme istituzionali che celavano, sotto confusi riordini, il fine di rinsaldare il potere di Matteo Renzi e dei suoi gregari leopoldini. Si sa che le leggi elettorali sono fatte, in genere, per consentire a chi le fa di conservare le posizioni acquisite; ma il gagliardo fiorentino ha esagerato, disegnando un modello prefabbricato di nominati da mandare al Parlamento, quest’ultimo del resto prefigurato nel progetto di una grossolana riforma costituzionale.

L’una e l’altra riforma non hanno superato le barriere del consenso, di quello popolare (col referendum) e di quello della Corte Costituzionale. Una simile, clamorosa, sconfitta avrebbe deciso della fine di qualsiasi uomo politico; e così la pensavano i nemici interni del suo partito, che invece se lo sono visti in campo come se nulla fosse successo. Nella convinzione che “Berlusconi il piccolo” avesse ancora dalla sua la maggioranza del partito, ormai stratificatasi attraverso avvedute operazioni di maquillage mediatico, la minoranza del PD si è convinta alla scissione, cui lo stesso Renzi, del resto, spingeva per un sollecito recupero della sua primazia.

E adesso? Lasciando pure ai “democratici e progressisti” il beneficio della buona volontà, si deve ricordare che il loro campo d’azione, la Sinistra (di Opposizione e di Governo), è quello in cui sarà sempre difficile il salto verso un organico riformismo sociale ed egualitario. La storia civile d’Italia ci consegna una borghesia intellettuale trasformista, un radicato moderatismo dei ceti medi, la fine del movimento contadino – un tempo epicentro delle lotte meridionalistiche, una “classe” operaia sfiancata dal duro confronto con un capitalismo globalizzato e rapace.

 

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