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di Michele Rallo

Conobbi Dino Grammatico nel 1963. Avevo 16 anni e mi ero appena iscritto alla Giovane Italia, l’organizzazione studentesca del MSI. Me lo indicò un giovanissimo “camerata”: «Vedi – mi disse – quello è l’onorevole Grammatico, il nostro capo. Pensa che, quando aveva la nostra età, combatteva già contro gli americani, che l’hanno condannato a morte.»

Per me – giovane neofita che aveva scelto quella parte politica per puro spirito patriottico – non poteva esserci presentazione migliore. E cominciai una timida manovra di avvicinamento, nella speranza di riuscire prima o poi ad attrarre la sua attenzione, a parlargli ed a farmi raccontare da lui l’affascinante avventura che l’aveva visto protagonista. Impiegai alcuni mesi, ma alla fine ci riuscii. In realtà, fu lui a chiamarmi ed a sottopormi a un breve e benevolo interrogatorio. Mi chiese se era vero ch’io fossi figlio dell’avvocato Ciccio Rallo e nipote dell’ avvocato Bartolo Rallo. Avutane conferma, si volse verso un signore che gli stava a fianco e disse qualcosa a proposito del richiamo che il MSI esercitava anche sui giovani provenienti da famiglie di diversi orizzonti politici.

Felice per essere riuscito ad entrare nelle grazie del capo, mi feci coraggio e gli chiesi se era vero che gli americani lo avevano condannato a morte. Lui sorrise e si schernì: non era vero, lui era stato condannato “solo” a 10 anni di carcere. Lo guardai un po’ deluso, ma alla fine conclusi che era stato meglio così. Se gli americani l’avessero fucilato, io non avrei potuto conoscerlo.

Riferii la cosa all’amico che me lo aveva indicato qualche mese prima, e questi sentenziò: «Non è vero, lo dice perché è modesto.» Ma, allora, come mai era ancora vivo? «È evaso – fu la fantasiosa risposta – come Zorro.»

Aldilà del commosso ricordo per un episodio della mia fanciullezza, questo breve “amarcord” testimonia come, ancòra vent’anni dopo la condanna da parte del tribunale militare alleato, la figura di Dino Grammatico fosse percepita dai giovani “missini” siciliani come quella di un combattente, protagonista di un movimento patriottico che – nell’immaginario della “gioventù nazionale” – percorreva come un fil rouge l’intera storia dell’ Italia contemporanea: dal Risorgimento di Mazzini e Garibaldi sino al Fascismo, con l’appendice di un “secondo risorgimento” che per noi non era certo la Resistenza, ma l’epopea della Repubblica Sociale Italiana.

Ai nostri occhi, dunque, Dino Grammatico appariva come l’eroe romantico che rappresentava la continuità ideale di due epoche: quella fascinosa di un passato marziale, e quella della nostra gioventù scanzonata nell’Italia del boom, delle gite in vespa e dei balli del mattone. In quei tempi, in realtà, Dino – pur senza rinnegare una virgola del suo passato – era già diventato uno dei più affermati uomini politici della Sicilia post-fascista. Era alla sua terza legislatura regionale, e da pochi anni Sindaco – amatissimo – di Custonaci, “il primo comune missino d’Italia”. Ma, soprattutto, era ricordato come uno dei principali protagonisti della più innovativa, ardita, trasgressiva, orgogliosa manifestazione dell’ Autonomia siciliana: il “milazzismo”, che aveva permeato la politica regionale negli ultimi anni ’50.

Un esperimento – quello – che aveva fatto della Sicilia un vero e proprio “laboratorio politico”, con un governo che aveva travolto i rituali steccati di destra e di sinistra, che addirittura aveva incluso ufficialmente i reprobi del Movimento Sociale Italiano (Grammatico era stato apprezzatissimo Assessore regionale all’Agricoltura), che aveva mandato all’opposizione la Democrazia Cristiana, che aveva riunito in una stessa maggioranza fascisti e comunisti. Era stato un esperimento che, se fosse continuato, avrebbe potuto non soltanto disegnare una Sicilia diversa (e migliore), ma forse anche delineare parametri completamente nuovi, più adulti, più maturi per gli equilibri politici nazionali. Le cose, invece, andarono come andarono. Ma questa è un’altra storia.

Questo, dunque, era il Dino Grammatico che io conobbi nel 1963, al tempo del mio acerbo esordio in politica.

Tre anni più tardi, nel 1966, Dino fu anche il padrino del mio secondo battesimo, quello della carta stampata. All’epoca, era anche editore del quindicinale politico regionale “Libeccio”, della sua edizione provinciale “Tribuna Trapanese” e della rivista letteraria “Ptr”. Io leggevo molto (avevo la fortuna di disporre di un’ampia biblioteca paterna) e mi piaceva mettere su carta le mie riflessioni, pur senza ancòra aver pubblicato nulla. Un giorno gli feci leggere qualcosa che avevo scritto sul corporativismo; gli piacque, e me lo pubblicò su “Libeccio” e “Tribuna Trapanese”, dandomi peraltro l’onore della terza pagina. Da lì nacque il mio impegno nel campo giornalistico e culturale, e da lì crebbe la mia ammirazione (diventata più matura e meno emozionale) per quell’uomo politico che – pur essendo tanto importante e tanto impegnato – trovava anche il tempo per occuparsi di cultura. Anzi, pur essendo ancòra molto giovane, cominciai a guardare a lui come ad un modello che mi era confacente, con il suo raffinato mix di politica e di cultura.

Da allora – gradino dopo gradino – il mio procedere in politica e nell’àmbito culturale è andato svolgendosi di pari passo, all’insegna di una sintesi che avevo appreso dalla frequentazione con Dino e con il suo piccolo cenacolo d’intellettuali. Un cenacolo assolutamente trasversale, di cui facevano parte anche elementi di diversa provenienza politica. Ricordo per tutti Mino Blunda, che era stato eletto – sia pure da indipendente – Consigliere Provinciale nelle liste comuniste. Anche di questo sono debitore a Dino Grammatico: l’avermi consentito di conoscere e poi di diventare amico di Mino Blunda, figura indimenticabile d’intellettuale-gentiluomo.

Altri personaggi il cui ricordo mi è caro: Miki Scuderi, scrittrice, poetessa, giornalista sensibile e raffinata; Salvatore Bramante, redattore-capo a “Libeccio” e cultore delle filosofie orientali, che con Dino – peraltro – aveva condiviso l’ingenua resistenza anti-americana e il giovanile soggiorno nelle carceri dei “liberatori”.

Ancòra un debito da me contratto con Dino Grammatico: l’avermi fatto conoscere gli ambienti di una politica che andava oltre gli steccati angusti della nostra provincia; l’avermi, talora, portato con sé nei convegni regionali, consentendomi di frequentare – fin da ragazzo – la classe dirigente del MSI siciliano, di stabilire legami d’amicizia preziosi, come quello con l’indimenticabile Pippo Tricoli, o – più tardi – con un giovanissimo consigliere di Militello Val di Catania, Nello Musumeci.

E ancòra oltre: il vertice nazionale del partito e, soprattutto, Giorgio Almirante. Certo, prima o poi avrei comunque conosciuto il grande Giorgio. Ma l’essergli stato presentato da Dino aveva dato un valore assai diverso alla cosa. Del primo incontro con Almirante (ero all’epoca un modesto dirigente giovanile di periferia) ricordo due cose: innanzitutto il suo carisma, fortissimo, quasi palpabile, l’emozione di essere fissato dai suoi magnetici occhi azzurri; e, subito dopo, il suo atteggiamento estremamente amichevole, familiare, affettuoso verso Dino. Appariva evidente che il nostro Capo avesse per lui un’alta considerazione, che l’amicizia fra i due fosse assai forte, ben oltre i cordiali rapporti della ritualità di partito. E quello, ovviamente, fu un altro tassello che veniva ad aggiungerai al mosaico della mia ammirazione per il Maestro.

Qui mi fermo, perché rischierei di essere banale, enumerando le tappe della mia crescita e collegandole alla sua presenza, ai suoi consigli preziosi, alla sua lucida razionalità.

Crescendo, talora non mi sono uniformato al suo parere, ma ne ho sempre tenuto conto, gran conto. Con un’unica eccezione: quando, nel 2003, abbandonai Alleanza Nazionale, diventata quasi una proprietà privata di Gianfranco Fini. Lo feci senza chiedergli consiglio, perché sapevo che lui mi avrebbe invitato – come sempre – alla prudenza. E quella volta avevo deciso di non essere prudente.

 

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