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NACQUE CON TITO MARRONE A TRAPANI IL MOVIMENTO CREPUSCOLARE IN ITALIA

Di Maurizio Vento

 

Pioniere della corrente poetica del primo Novecento, che avrà poi il nome di crepuscolarismo, fu il trapanese Tito Marrone; ne facevano parte, fra gli altri, Carlo Basilici, Guelfo Civinini, Sergio Corazzini, Corrado Govoni, Guido Gozzano, Fausto Maria Martini, Marino Moretti. È stato il prof. Giuseppe Farinelli, titolare della cattedra di Letteratura Italiana nell’Università Cattolica di Milano, ad evidenziare il ruolo essenziale esercitato dal Marrone che con l’opera Cesellature (Trapani

1899) aveva dato origine al nuovo indirizzo culturale.

Figlio di un professore di francese, Tito Marrone nacque a Trapani il 9 marzo 1882 in via San

Francesco d’Assisi, e qui compì i suoi studi, frequentando dapprima la scuola elementare di San

Domenico e quindi il Regio Ginnasio-Liceo Classico “Leonardo Ximenes”. Nei primi anni del

secolo la sua famiglia, che a seguito di devastanti difficoltà economiche aveva perduto la casa ad

Erice e l’appartamento nel capoluogo, fu indotta dalle sopravvenute evenienze a trasferirsi a Roma,

nella cui università Tito Marrone conseguì la laurea in lettere, insegnando poi come il padre

lingua e letteratura francese. Frequentò nella capitale i caffè letterari, in cui solevano radunarsi i

protagonisti della nascente stagione poetica.

A Roma si innamorò di Maria Valle, figlia di un noto avvocato: il loro fidanzamento ebbe però

breve durata per la prematura fine della ragazza, scomparsa nel 1909 all’età di ventidue anni durante

un’epidemia di tifo.

A causa di questo grande dolore, ma soprattutto per l’incomprensione della critica militante, sempre

meno attenta nei suoi confronti, Tito Marrone si chiuse per quarant’anni (1907-1947) in un ostinato

silenzio, continuando tuttavia a comporre privatamente poesie e drammi, ma astenendosi

dalla loro pubblicazione, ripresa parzialmente soltanto dopo la conclusione della seconda guerra

mondiale.

Una ancor più determinante ragione potrebbe forse spiegare meglio il volontario isolamento dello

scrittore. A giudizio del prof. Andrea Bisicchia dell’Università Cattolica di Milano, a provocare

l’irrimediabile sconforto di Marrone potrebbe essere stata in special modo l’inattesa traumatica

conclusione dell’attività della “Drammatica Compagnia di Roma” (1905-1907) diretta da

Edoardo Boutet (Napoli 1855-Roma 1915) per il dissesto conseguente alle ingenti spese sostenute con l’avvenuta messa in scena al teatro “Argentina” di Roma del Giulio Cesare di Shakespeare e

dell’Orestiade di Eschilonella versione di Tito Marrone e Antonio Cippico. Il ventiquattrenne

drammaturgo avrebbe così visto naufragare il sogno ora svanito di successo, alimentato dal

consenso già ottenuto e dall’appoggio dell’amico Boutet, che nei fatti gli veniva adesso a mancare.

La reintroduzione della tragedia greca in Italia, dovuta alla sua sensibilità per il mondo antico, in

seguito dischiuse ad Ettore Romagnoli la strada che lo avrebbe condotto nel 1914 al recupero degli

spettacoli classici del teatro di Siracusa.

Autore inoltre di commedie, atti unici e scene, Marrone meritò gli elogi del nisseno Pier Maria

Rosso di San Secondo e dell’agrigentino Luigi Pirandello, che lo tennero sempre in giusta

considerazione.

L’ultima raccolta marroniana del periodo che precedette il lamentato esilio reca il titolo Liriche

ed è del 1904; ulteriori composizioni (1905-1907) rimasero in parte sparse su riviste a diffusione

locale e nazionale. Basta scorrerne la bibliografia per avere un’idea chiara della lunghissima segregazione: ci sono recensioni fino al 1907 e c’è quasi il vuoto fino al biennio 1947- 49, quando

egli vinse il premio della Fondazione Fusinato per le raccolte Carnascialate, Poemi provinciali, Favole e fiabe (in parte tuttora inedite) e il premio Siracusa per la silloge Esilio della mia vita, pubblicata poi a Roma il 13 gennaio 1950.

Il soggiorno nella capitale non gli impedì di mantenere contatti con parenti ed amici trapanesi

mediante successive soste nella città natale in casa della sorella del padre, la zia Giuseppina.

Confortato dall’affetto dei pochi conoscenti rimastigli e della nipote Silvana Bortolin, stimata

docente di Storia Antica, Tito Marrone dopo breve malattia morì a Roma il 24 giugno 1967.

 

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